Primo piano

Perchè gli omosessuali non possono adottare?

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“Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica”

(Mario Mieli. Elementi di critica omosessuale. Milano, Einaudi, 1977)

don Gallo, i funerali a Sodoma e Gomorra. E Luxuria: «Fece sentire i trans figli di Dio»

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Da Bagnasco al transessuale Regina, da Paolo Ferrero ad Alba Parietti. Migliaia di persone per i funerali del prete dei No Global. L’omelia di Bagnasco interrotta da fischi e “Bella Ciao”

Da Angelo Bagnasco (duramente contestato) a Vladimir Luxuria. I funerali di Don Gallo hanno messo insieme le due anime della sua lunga e discussa vita, la religione e la politica, che inevitabilmente hanno finito – anche questa volta – per scontrarsi.

Sono migliaia le persone, almeno seimila, che questa mattina hanno sfilato per le strade di Genova dalla Comunità di San Benedetto al Porto fino alla Chiesa del Carmine. Un lungo corteo di umanità varia che sembrava un testo scappato da una canzone di De Andrè: dall’ex parlamentare Vladimir Luxuria insieme alla transessuale Regina, animatrice delle notti in Versilia, al presidente Claudio Burlando, dal primo cittadino Marco Doria vicino a Dori Ghezzi accanto al segretario della Fiom Maurizio Landini, dai giornalisti Antonio Padellaro e Gad Lerner agli allenatori del Genoa Davide Ballardini e Giampiero Gasperini, da Alba Parietti al segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero. Tutti insieme per l’ultimo saluto al compagno Don Gallo, il sacerdote che alternava (e spesso sostituiva) il Capitale di Karl Marx al Vangelo degli Apostoli, il religioso che scriveva libri con l’ex Br Renato Curcio e amava i No Global e gli antagonisti. Il prete degli ultimi – come amava definirsi lui – che spesso ha finito per flirtare con i potenti (rigorosamente di sinistra).

Sciarpe rosse, pugni alzati, magliette rosse, bandiere della pace e dei No Tav, striscioni dei centri sociali. Un funerale tra politica e polemiche, come non poteva non essere. Durante l’omelia il cardinale Bagnasco è stato interrotto, mentre parlava “dell’attenzione agli ultimi” del sacerdote, da un coro che ha intonato Bella Ciao.Solo la signora Lilli, storica segretaria di Don Gallo, è riuscita a calmare gli animi.
Poco dopo altre contestazioni. Mentre il cardinale ricordava il rapporto tra Gallo e Siri una salva di fischi ha interrotto nuivamente l’omelia. Il cardinale Siri infatti allontanò Don Gallo dalla Chiesa del Carmine proprio per arginare le proteste dei fedeli nei confronti di un sacerdote che preferiva la politica alla fede. Altra accoglienza per Don Ciotti, fondatore di Libera, che l’ha buttata in politica: “Don Andrea ha pianto per Carlo Giuliani. Così come si è indignato davanti alla base americana di Vicenza: ma cosa ce ne facciamo di quelle cose lì quando non abbiamo i soldi per i servizi sociali?”.

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/funerali-don-gallo-se-messa-diventa-festa-dellunit-920690.html

Il corto circuito della giuntina Pisapia. Da arancione al grigio rosso sangue

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Anche il Corrierone sta scaricando pisapippa…

Dall’allarme sicurezza alla denuncia dell’Assessore D’Alfonso: “con noi al potere non è cambiato niente”

Una rapida successione di fatti (dalla follia criminale del picconatore Kabobo alla rapina con le molotov in via della Spiga fino all’assedio dei centri sociali a Palazzo Marino) sta creando un corto circuito politico-mediatico sulla sicurezza a Milano. Episodi diversi non collegati fra loro mettono in evidenza visioni contrapposte su militari, polizia municipale e presidio del territorio lasciando immaginare una città spaventata e indifesa di fronte a un’offensiva sulla quale è difficile rispondere senza schierarsi. Eppure, nonostante gli allarmismi e i richiami alle mimetiche, Milano resta ancora una delle più sicure città italiane: polizia e carabinieri fanno del loro meglio, la rete sociale funziona, i volontari sul territorio sono attivi, le parrocchie di frontiera fanno argine al degrado.

 

Quel che non funziona a Milano, e si è visto in questi giorni, è la bussola della politica finita nel gorgo dei detti e contraddetti, fino allo sfogo di Franco D’Alfonso, uno degli assessori più vicini al sindaco Pisapia: «La macchina comunale è un imbarazzante trabiccolo, con noi al potere non è cambiato niente». Sentenza finale: «Questa giunta politicamente è sola». Analisi spietatamente lucida in una fase difficile della maggioranza arancione, appena uscita dal rimpasto che ha modellato la nuova struttura di comando a palazzo Marino e che – nonostante scuse di rito e pacificazione in corso – ridimensiona di fatto il modello Milano. Un modello appannato, in una fase delicata per le finanze del Comune, con i conti del bilancio da far quadrare (ci sono 400 milioni in meno) e i tanti sospesi da risolvere dentro e fuori Palazzo Marino.

La sicurezza è uno dei problemi aperti in una città che dopo le promesse chiede i fatti, una questione riesplosa con i tre poveri incolpevoli morti di Niguarda, surriscaldata dal tam tam dell’opposizione che rimprovera alla giunta l’eccesso di tolleranza nei confronti di rom e ambulanti, il suk itinerante che staziona davanti ad ospedali, semafori e vie della moda.

Non si può colpevolizzare un sindaco per una rapina o un episodio criminoso, ma la mancanza di risposte, per una maggioranza che aveva fatto della partecipazione e dell’ascolto il programma vincente, sta diventando un fattore di debolezza che incrocia un sentimento diffuso, sul quale ormai si esercitano in tanti: che cosa sta facendo Milano nella crisi, quali segnali offre al Paese, che strategia ha scelto per l’Expo sul territorio dopo aver stracciato il programma dell’ex assessore alla Cultura Boeri, liquidato con un fax in quattro e quattr’otto perchè sgradito al sindaco?

«Milano tace, tace su tutto», scrive sul blog di Reset l’economista Marco Vitale, sostenitore deluso della giunta di sinistra, che quasi rivaluta la stagione di Albertini, «visibile e percepibile, pur con le sue teorie sbagliate da amministratore di condominio. E questa è una cosa triste che rattrista…».

Per intercettare il senso di marcia di Milano a due anni esatti dal voto, con il nuovo cerchio magico attorno a Pisapia che ha nel vicesindaco Ada de Cesaris l’assessore di punta, bisogna fare un’acrobazia beckettiana: il clima, aggravato dalla crisi, è quello di Aspettando Godot. “Possiamo andare?” chiede Vladimiro ad Estragone, “Si, andiamo”, risponde l’altro. Ma poi nessuno si muove. Lo stallo è il male oscuro di una maggioranza che considera nemico chiunque si mostri in disaccordo con le scelte (o le non scelte del palazzo). E questo vale per il sovrintendente della Scala come per i vigili urbani che i cittadini non vedono nelle strade: sono tremila, ma sembrano scomparsi.

Il caso sicurezza si innesta su una debolezza politica che la denuncia dell’assessore D’Alfonso rende evidente. Anche se la pace finale con il sindaco ammorbidirà tutto, resta sullo sfondo l’immagine «di una città stanca, a volte impaurita, quasi affranta», dice un funzionario comunale. Milano si porta addosso un senso di smarrimento sul quale è doveroso e giusto interrogarsi. Perchè non è questo il suo ruolo: deve reagire, trovare una rotta. E perchè le richieste dei cittadini anche su una reale paura sottovalutata meritano risposte. Non si alzano muri nei momenti difficili.

Giangiacomo Schiavi

http://milano.corriere.it/milano/notizie/politica/13_maggio_24/se-la-giunta-arancione-di-milano-e-un-caso-di-solitudine-politica-giangiacomo-schiavi-2221294413614.shtml 

 

Dominique Venner: grande nella vita, grande nella morte

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Ci vorrà certamente un gesto nuovo, spettacolare e simbolico per scuotere la sonnolenza, scrollare le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini“. Dominique Venner

Lo scrittore e storico Dominique Venner si è sparato dentro la cattedrale di Notre Dame. Sul suo blog aveva annunciato un gesto spettacolare e simbolico contro i matrimoni omosessuali. È entrato nella cattedrale di Notre Dame e, arrivato dietro l’altare, ha estratto una pistola e si è sparato alla testa. Lo scrittore e storico Dominique Venner, 78 anni, si è tolto così la vita nella chiesa di Parigi, evacuata subito dopo lo sparo. Sul corpo è stata ritrovata una lettera, nella quale forse ha spiegato le ragioni del suo gesto.

Autore di decine di opere sulla “guerra civile europea” e militante di estrema destra, ultimamente si era schierato contro la legge sulle nozze gay e poche ore prima di compiere il gesto estremo aveva chiesto sul suo blog “gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere i sonnolenti, le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini”. Attualmente era direttore della rivista bimestrale di storia “Nouvelle Revue d’Histoire” e vicino ai movimenti anti-gay francesi.

http://www.dominiquevenner.fr/biographie/