jussoli

Il 13 ottobre la Camera dei Deputati ha votato a favore di una serie di facilitazioni all’ottenimento della cittadinanza italiana approvando una versione moderata dello Ius Soli per chi nasce sul suolo italiano (la cittadinanza andrà ai figli di immigrati regolari residenti in Italia da almeno 5 anni), e introducendo lo Ius Culturae per i bambini che arrivano in Italia entro i 12 anni di età (otterrà la cittadinanza chi seguirà per 5 anni la scuola in Italia). Dopo il periodo delirante (ma almeno sterile di novità) del Ministero dell’Integrazione di Cécile Kyenge, il governo Renzi muove un altro piccolo passo in direzione della dissoluzione della società, della storia e della cultura italiana. Con la solita assurda pretesa di integrare masse abnormi di stranieri che si riversano sulle nostre coste, si trasforma la cittadinanza italiana in una sorta di patente a punti, un premio che ti può venire assegnato se completi determinati obiettivi (abbastanza agevoli). La regola del piano inclinato che si è osservata negli ultimi anni in tutta Europa su molteplici questioni purtroppo ci dice che questa norma, una volta che sarà approvata anche al Senato, sarà soltanto una tappa intermedia verso ulteriori allargamenti, facilitazioni, semplificazioni. Purtroppo semplificare e facilitare (i mantra costanti del premier Renzi) non è sempre positivo, e non lo è di certo riguardo all’estensione di una pseudo-italianità a chi italiano non è. Per quanto ci si sforzi e ci si strappi i capelli, ci sono dati che non si possono cambiare e l’italianità, così come l’appartenenza a una qualunque nazione, è un dato originario, ineliminabile e sostanziale dell’individuo. In Francia e Inghilterra se ne stanno accorgendo, con immigrati di terza e quarta generazione con nonni e padri “francesi” e “inglesi” ma che francesi e inglese sanno benissimo di non essere e costituiscono un corpo estraneo (e, a volte, ostile) alla società. Se questa sarà la strada, anche l’Italia se ne accorgerà.

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