KABUL — Forse possiamo provare a immaginare la scena nella sua più cruda violenza, così come ci viene raccontata da chi ha ascoltato i feriti. Al momento dell’esplosione contro i due Lince italiani, il corpo del povero mitragliere nel veicolo di coda, primo caporal maggiore Giandomenico Pistonami, ricade all’interno imbrattando di sangue i compagni e in particolare Ferdinando Buono, il caporale dell’aeronautica che i paracadutisti della Folgore erano andati a prendere all’aeroporto per accompagnarlo al quartiere generale di Isaf, nel centro di Kabul. Buono è ovviamente scioccato. Sapeva dei pericoli dell’Afghanistan. Ma arrivava fresco fresco dall’Italia, non era pronto ad affrontare una situazione di guerra tanto ravvicinata così presto. I tre paracadutisti sopravvissuti, pure se feriti, si preoccupano dunque di fornirgli la massima difesa possibile e lo spingono sotto il mezzo. Una scena questa confermata anche da alcuni civili afghani. «Era strano. Abbiamo visto gli italiani spingere per le gambe uno dei loro sotto il blindato. Forse era ferito, magari invece volevano tirarlo fuori.C’erano tanto fumo e spari, nessuno di noi poteva avvicinarsi», ci hanno detto due giorni fa almeno cinque tra i testimoni sul posto. Ma perché trascinare un ferito sotto la carcassa danneggiata del Lince? L’attentato era già avvenuto. In genere in queste circostanze si cerca di fare aria ai sopravvissuti, li si libera degli elmetti, dagli oppressivi giubbotti antiproiettile, non ha senso chiuderli in uno spazio ristretto. «Ha senso invece se i sopravvissuti sono sotto attacco — ci hanno ripetuto più tardi alte fonti Isaf-Nato coinvolte nell’inchiesta —. Ormai abbiamo la prova evidente che, dopo l’esplosione dell’auto kamikaze, alcuni uomini hanno fatto fuoco con armi automatiche contro gli italiani. Lo stesso caporale Buono, da sotto il mezzo, ha avuto la prontezza di riflessi di girare un video per alcuni minuti con il suo telefonino portatile. E quel video è una prova irrefutabile dell’attacco. Sono immagini confuse, sfocate. Però validissime e sono accompagnate da un audio drammatico. Si sentono gli spari degli aggressori, colpi singoli, quasi cadenzati, per due o tre minuti, seguiti dalle raffiche dagli italiani». Le urla degli italiani sono inequivocabili: «Ho la mano aperta, ho la mano aperta», grida una voce. Eppoi: «Ci sparano, ci sparano. Giù, giù, giù a destra. Pezzi di merda!». Le immagini mostrano l’arrivo di un’ambulanza afghana dopo circa un minuto, raccoglie alcuni civili e riparte subito. Si intravede anche uno dei feriti italiani, il primo caporal maggiore Sergio Agostinelli, che lascia i compagni e corre alle lamiere fumanti del primo automezzo, dove nessuno dell’equipaggio è sopravvissuto, per prelevare dalla radio i codici segreti per le comunicazioni. Esegue gli ordini: quei documenti non devono assolutamente cadere in mano ai nemici. Ma torna subito indietro. Il Lince è in fiamme, dentro sta bruciando tutto.

«Un’azione da eroe. Si pensa di proporlo per la medaglia d’oro», dicono gli alti ufficiali di Camp Invicta. Anche il comandante dell’unità caduta nell’imboscata, tenente Claudio Scampeddu, conferma questa versione: «Sì, ho parlato con i feriti prima che partissero per l’Italia. E mi hanno detto di essere stati oggetto di spari. Mi raccontano di un filmato. Che io però non ho visto». Sembra inoltre che le telecamere del pallone frenato, che gli americani tengono perennemente alto nel cielo della capitale con compiti di monitoraggio del territorio, abbiano filmato almeno due dei possibili aggressori che dopo la sparatoria fuggono a piedi dietro alcune dune di terra.

Corriere.it

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