Diario dall’Innse

Di Marco M. • ago 15th, 2009 • Categoria: Attualità & controinformazione, Primo piano

Abbiamo difeso la zattera. L’ultima realtà industriale della città». Massimo Merlo, 54 anni, dal 1977 operaio Innse, ha passato otto giorni e sette notti in cima a un carro ponte nel capannone di via Rubattino, insieme ai colleghi Vincenzo, Fabio e Luigi e al delegato Fiom Roberto Giudici. Questo è il suo diario.

«Formigoni non ci ha ricevuto, in prefettura niente accordo, il padrone smonta le macchine. È martedì 4 agosto, mattina, non ci resta altro: entriamo. Un buco lo trovi, anche sotto il naso di Digos e carabinieri, se lavori qui da trent’anni. Cinque è il numero giusto. Salire sulla gru è una decisione naturale: è più difendibile. Entrano quattro agenti a sorvegliarci. Noi su, a 17 metri d’altezza, piattaforma di 4 metri per 4: è la Zattera. La passerella lunga 25 metri, l’unica delle due con i corrimano, diventa Via dei Pazzi, la facciamo in su e in giù».

«Abbiamo solo le nostre tute e i telefoni, contiamo sull’appoggio degli altri 45 operai lì fuori. A mezzogiorno la polizia ci porta il primo sacchetto coi viveri, per mangiare caliamo una corda. Panini, pasta, insalata di riso, quasi meglio che in mensa. Leggiamo i giornali, qualche urlo per distendere i nervi, le telefonate, le interviste. Fa caldo dalle 8 alle 4 di notte, sopra di noi abbiamo solo tre metri d’aria. Per la notte turni di tre ore, a due a due. Si dorme a terra, fogli di giornale sulla lamiera sporca di grasso e olio. Luigi, gruista, va a dormire giù in cabina, a 10 metri d’altezza: “Tu c’hai la suite…”»

«Mercoledì, giovedì, passa anche venerdì. Giorni uguali, non abbiamo tv, né radio né un mazzo di carte. Niente. Capisco i carcerati, che pure stanno peggio di noi: non vedi il cielo, devi condividere la cella, non hai nemmeno l’ora d’aria. Agli agenti chiediamo di poter scendere per andare ai bagni, uno alla volta, di notte: niente. Per i bisogni usiamo la cabina in fondo alla passerella. Dal giovedì, nascosti coi viveri, cominciano ad arrivarci l’amuchina e le salviette per i neonati. E un caricabatterie manuale per cellulare: ci hanno pure staccato la corrente. Venerdì sera Luigi fa una battuta a voce bassa, i due agenti giù ascoltano una specie di radio, ridono. La ripete, ridono ancora. Si gira e ci fa: “Ci ascoltano”».

«Discutiamo. Cerchiamo di capire le strategie del padrone, del prefetto, dei compratori. Poco telefono, con le famiglie è solo “ ciao, stai bene, a domani”. Siamo tesi, ci mancava pure un temporale all’una di sabato notte a tenerci svegli, per paura che arrivi la grandine a spaccare i vetri, anche se adesso dormiamo su degli asciugamani. Sappiamo di questo Camozzi, sappiamo che è serio, non capiamo perché non si chiude. Domenica e lunedì sono i giorni più brutti. Parliamo meno, ma si scherza ancora. Io e Vincenzo, all’inizio, avevamo detto agli altri che si entrava a prendere il caffè, Fabio e gli altri fingono di protestare: “Io scendo e vado al bar”. A Roberto diciamo che ora farà la star nel sindacato: ci manda a cagare».

«Martedì sera entrano le mogli. Gli altri quattro scendono a salutarle, io no: la guerra è guerra, scendo solo quando esco. Poi arrivano le notizie. Con Genta è fatta, ci portano una bozza, avanziamo quattro punti, accettati. Finita. Scendiamo, senza urla. Anzi, per un attimo vorremmo uscire dal retro. Perché tutto questo? Non siamo eroi. L’abbiamo fatto per 1.100 euro al mese, perché dopo 32 anni dove vai, perché dà fastidio smantellare una fabbrica che può ancora produrre. Per difendere un nome, e ricordarlo a Milano».

(13 agosto 2009)

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