Roma – Polemica e guerra aperta. Il segretario del Pd ed ex sindaco di Roma Walter Veltroni si dimetterà oggi dal comitato per il museo della Shoah in rottura con le affermazioni del sindaco Gianni Alemanno sul fascismo. Veltroni spiegherà le motivazioni del suo gesto in una lettera al comitato del museo. Il leader del Pd era stato da sindaco tra i promotori del comitato del museo romano e, dopo le sue dimissioni da primo cittadino gli era stato chiesto di rimanere, ma per Veltroni sarebbe inaccettabile restare in un organismo in cui siede chi non condanna in modo inequivocabile il fascismo e le leggi razziali.

Alemanno smorza “La polemica che si è generata in questi giorni è stata basata più sui titoli giornalistici che sulla realtà delle mie affermazioni. Quindi, farà fede ciò che dirò adesso nel discorso ufficiale”. Chiarisce così il sindaco di Roma Gianni Alemanno, al termine della Santa Messa celebrata, questa mattina, a Santa Maria in Aracoeli in ricordo dei caduti per la Difesa di Roma. “Per il sottoscritto comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario in Italia e rendere omaggio a quanti si batterono e morirono su quel fronte in buona fede, non significa non condannare senza esitazione l’esito liberticida e antidemocratico di quel regime”. Così, durante il proprio intervento alla celebrazione per l’8 settembre in corso a Porta San Paolo, Alemanno è intervenuto alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, per chiarire la propria posizione in seguito alle sue affermazioni sul fascismo. “La Repubblica Italiana – ha proseguito il sindaco – si fonda su una volontà di pacificazione fra tutti gli italiani. Proprio per questo, si ancora ai principi irrinunciabili di libertà, democrazia, giustizia e di rifiuto di ogni forma di totalitarismo”. Poi sulla scelta di Veltroni: “Mi auguro che ci ripensi”.

Napolitano: “Patriottismo costituzionale” Sulla Costituzione repubblicana “possono ritrovarsi tutte le componenti ideali, sociali e politiche della società italiana nel sentirla come propria, nel rispettarla, nel trarne ispirazione, nell’animare un clima di condiviso patriottismo costituzionale”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo intervento per il 65° anniversario della difesa di Roma. Quindi il capo dello Stato ha aggiunto: “Vorrei incoraggiare tutti a rafforzare il comune impegno di memoria, di riflessione, di trasmissione alle nuove generazioni del prezioso retaggio della battaglia di Porta San Paolo, della difesa di Roma e della Resistenza”.

La Russa e i soldati Rsi Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha reso omaggio ai militari dell’esercito della Repubblica sociale italiana (Rsi) che combatterono credendo nella difesa di Roma “meritando quindi il rispetto pur nella differenza di posizioni”. Nel suo discorso durante la cerimonia per il 65° anniversario della difesa di Roma, La Russa ha spiegato: “Farei un torto alla mia coscienza se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, oggettivamente e dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani, e meritando quindi il rispetto pur nella differenza di posizioni di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia”.

Napolitano e quelli che la rifiutarono Napolitano sottolinea un altro aspetto. La Resistenza “andrebbe forse ricordata nella sua interezza” e per questo “ho parlato di un duplice segno della Resistenza: quello della ribellione, della volontà di riscatto, della speranza di libertà e di giustizia che condussero tanti giovani a combattere nelle formazioni partigiane e quello del senso del dovere, della fedeltà e della dignità che animarono la partecipazione dei militari, compresa quella dei 600mila deportati nei campi tedeschi, rifiutando l’adesione alla Repubblica di Salò”.

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