Di seguito il contributo di A. Pennacchi al libro “Ho il cuore nero”, ed. Feltrinelli, Milano 2008, allegato al Dvd “Nazirock”.

SI FA PRESTO A DIRE FASCI
Che ne sai tu del lupo cattivo?

Uno degli ultimi scritti di Benedetto Croce si intitola L’Hitler che è in ognuno di noi.
Dice: “Embe’?”. Ecco, ho visto Nazirock e lì in mezzo, evidentemente, non è da escludere che ce ne possa anche essere qualcuno che circoli ancora libero solo in forza della legge Basaglia.
Dice: “E chi è sto Basaglia?”. E’ quello che abolì i manicomi. “Ah, è questo il male della democrazia”. Non si discute: loro agli psicostrani – insieme a tutti quelli che per il nazionalsocialismo erano gli “strani” veri, tipo ebrei, zingari, gay, comunisti, sovversivi e devianti vari – gli riservavano un trattamento di tutto favore in un posto chiamato Auschwitz. Noi nemmeno una casa di cura perché – poi dice che non è colpa di Basaglia – se non ti firmi la domanda di ricovero tu, da te stesso, non ti può fare un cazzo nessuno: continui a girare libero e giocondo come se avessi davvero tutte le rotelle a posto.
Però qui non c’è solo un problema di rotelle. Le rotelle fuori posto ci staranno pure, ma riguardano eventualmente solo qualche caso isolato e tu non puoi liquidare quel film – dopo averlo guardato – dicendoti tranquillamente: “Sono matti”. Ma allora sei matto tu. E nemmeno puoi dire: “Sono malvagi: s’è impossessato di loro il demonio, arrivederci e grazie”.
Quelli sono ragazzi normali esattamente come te od i tuoi figli. Se li incontri per la strada – a uno a uno – sono capaci di darti anche l’anima, se ti serve. Quelli di Casa Pound a Latina – a neanche settanta metri dalla libreria in cui ci vediamo noi dell’Anonima Scrittori – a volte sono pure dolci. Incrociandoci, ci salutiamo e sorridiamo. Buon vicinato. E ogni tanto anche qualche battuta. Poi, certo, se si mettono a strillare è un altro paio di maniche; ma sono esseri umani come te, con tutto il bene e tutto il male del mondo, dentro di loro. Dice: “Vabbe’, ma allora perché dicono quelle cazzate facendo uscire, da sé, solo il male?”
Per farti dispetto a te. Perché tu, per fare dispetto a loro e costruire un alibi a te, gli imputi d’essere loro il male – di incarnarlo – e quelle cose che dicono te le aspetti con brama. Non vedi quasi l’ora che le dicano ed anche in questo film Nazirok, che ritrae sicuramente una porzione di realtà agghiacciante, è fuori discussione che siano essi stessi a voler essere ritratti così; ma tu li hai compiaciutamente ritratti esattamente come volevano loro – e come forse già da prima t’aspettavi – senza esercitare un surplus di vaglio critico.
Loro giustamente t’accontentano: “Noi affermiamo ciò che voi negate e negheremo ciò che voi affermerete”, che è – come tutti sanno – il primo asset identitario di qualunque comunità che, almeno dalla scoperta del fuoco, per costituirsi come tale ha bisogno di un nemico e di una funzione antagonista. Questo valeva allora – ai tempi del fuoco e della pietra – e vale oggi, non solo per i ragazzi delle tribù Masai che, per divenire adulti, debbono per forza ammazzare una gazzella o rubare le galline nei pollai; ma anche per i nostri, pure quelli per bene, che vanno a scrivere “Viva la fica” sopra i muri o dicono tra di loro tutti quanti tra uno spinello e l’altro, la sera, dentro la macchina ferma con gli altoparlanti a palla: “Mio padre è una testa di cazzo”. Poi se campi ti rivorranno bene – crescendo – se invece muori te ne vorranno ancora di più; ma per l’intanto béccati questa: sei una testa di cazzo ed è giusto così, perché loro debbono crescere e si cresce solo in questo modo, non ce n’è un altro ed anche tu lo hai detto di tuo padre. Poi è chiaro – ma questo attiene alle leggi dei grandi numeri – che la stragrande maggioranza si limiti a dire peste e corna dei genitori in macchina, ma qualcuno che li meni proprio ci vuole pure, è la legge dei numeri, non si scappa, con chi te la vuoi pigliare? Ci vuole per forza, ma anche quello serve: il sasso dal cavalcavia, il morto d’overdose, il riempirsi di botte allo stadio ed ogni altra trasgressione forte e pure fortissima svolgono comunque una funzione sociale perché, proprio mentre lo violano, ristabiliscono il tabù e – dando libero sfogo ed unanime corso all’immediata riprovazione generale – riproclamano a viva voce a tutti quanti, all’intero corpo sociale in ogni suo sottogruppo o classe d’età, che queste cose, se si vuole stare insieme, non si fanno.
Dice: “Vabbe’, ma allora ne fai solo una questione socio-antropologica?”. Certo.
“E il problema politico?”
Ma quale problema politico: mica mi vorrai venire a dire che – a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale – c’è ancora un problema, cogente ed attuale, nazi-fascista in Italia. Ma davvero credi che questi siano un rischio per la democrazia? Non scherziamo, per piacere. I rischi per la democrazia – in Italia – sono tutti interni alla democrazia stessa; mica vengono da eventuali gruppetti di spostati. Gli spostati, provvidenzialmente, rifunzionano un’altra volta da alibi e capro espiatorio per tutti quei “campioni” della democrazia in pubblico – e dei cazzi propri in privato – che la minano, loro sì, dall’interno. Poi, certo, si fa presto a dire sempre: “I nazifascisti, i nazifascisti!”
Se uno però si volesse davvero mettere sul piano dell’analisi politica – e conseguentemente quindi anche su quello dell’esattezza ermeneutica e storiografica – qui sarebbe pure il caso di spiegare a loro e a chi ha fatto il film che nazismo e fascismo non sono la stessa cosa. Il nazismo è di destra: conservatore, tradizionalista, aristocratico-elitario – perfino esoterico – difensore della proprietà privata e soprattutto assertore della superiorità di una razza su tutte le altre. Nasce per questo. E’ questo il suo fundamentum ed è questa – come si dice anche in diritto commerciale – la sua “ragione sociale”…

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