ROMANITAS

 Il contributo di Roma e della romanità alla caratterizzazione etica e politica di quella porzione di spazio geografico conosciuta con il nome di Europa e, più ampiamente, di Occidente è assai noto, soprattutto per l’affermazione del concetto di Stato, quale forma (1) del vivere associato, e del concetto di diritto, al primo strettamente correlato.

Una caratterizzazione le cui tracce sono ancora presenti – non solo nelle vestigia scultoree ed architettoniche tuttora esistenti – nonostante lo scorrere del tempo e gli avvenimenti che hanno mutato lo stile di vita dei popoli europei.

Scopo del presente scritto, è quello di individuare e riproporre alcuni tratti caratteristici della migliore romanità, in particolare quegli aspetti che, sul piano etico e spirituale, hanno determinato la grandezza e la nobiltà del tipo romano e, quindi, della romanità stessa. A parere di chi scrive, l’essenza della migliore romanità va colta nel cosiddetto mos maiorum, il costume dei Padri, che ha caratterizzato soprattutto il periodo della repubblica, momento storico in cui si è manifestato in modo evidente un certo modo di porsi, da parte dell’uomo romano, di fronte a sé stesso, agli altri ed al mondo.

Rispetto ad un altro punto di riferimento e pilastro dell’epoca classica, ossia l’antica Grecia delle città Stato e delle grandi conquiste e speculazioni filosofiche, ciò che distingue la romanità è una certa capacità di concretizzare, nella pratica delle virtù, quelle verità eterne che i Greci erano stati in grado di definire ma incapaci di assumere: per dirla con Pierre Grimal “… ciò che lo spirito mostrava loro non è mai davvero penetrato nella loro anima”.

Romanitas è il vocabolo usato da Tertulliano per significare tutto ciò che un Romano considera ovvio, istintivo, indiscutibile, connaturato alla propria mentalità. E’ un vocabolo molto affine al termine “civiltà romana“, ove per civiltà si intenda ciò che gli uomini pensano, sentono e fanno. E, se è vero che la civiltà si manifesta in modo tangibile tramite segni esteriori e materiali, è altrettanto vero che la sua essenza è eminentemente spirituale. Secondo Tacito, solo l’ignorante pensa che monumenti, palazzi e raffinatezze siano la civiltà.  Humanitas, termine tra i preferiti da Cicerone, illumina un concetto squisitamente romano, nato dall’esperienza di Roma.

Esprime, da un lato, il senso della dignità della persona umana, che è unica e deve essere rispettata e messa in grado di svilupparsi pienamente; dall’altro implica il riconoscimento della personalità altrui e il diritto di ciascuno a coltivarla. Ma la frase che più comunemente e con maggior concretezza definisce la civiltà è semplicemente questa: pax romana. In questa idea il mondo constatò con maggiore evidenza il raggiungimento di quella missione che il carattere, l’esperienza e la potenza romana avevano a poco a poco scoperto e consapevolmente assunto.

Ma qual è l’essenza della romanità? Durante l’intero corso della loro storia, i Romani furono sempre profondamente consci dell’esistenza di un potere posto al di fuori dell’uomo, individuo o collettività: un potere imprescindibile. L’uomo deve subordinarsi a qualcosa; se rifiuta di sottomettervisi, o lo fa con riluttanza, è destinato a sicura rovina; se accetta senza riserve il potere che lo trascende, scopre che può anche essere elevato alla dignità di collaboratore di esso, ciò che può consentirgli di discernere la strada e, forse, la meta. La collaborazione zelante e spontanea gli infonde un senso di missione; i fini gli divengono più comprensibili, facendolo sentire agente o strumento nel raggiungerli. In altre parole, egli diventa consapevole di una vocazione, riservata a lui e a quelli che, come lui e con lui, formano lo Stato.

Sin dalle origini di Roma è avvertibile nel cittadino questo senso di dovere religioso, inizialmente rozzo e inarticolato, e non disgiunto da superstizioso timore; in seguito espresso con maggiore chiarezza, e sprone nell’agire. Negli ultimi tempi la missione di Roma è proclamata apertamente; spesso a voce più alta proprio da chi, in senso stretto, non è vero romano e più insistentemente proprio quando, nella sua espressione visibile, questa missione è esaurita. Il senso di dovere, di missione, si rivela dapprima in forme semplici, umili, in seno alla famiglia e alla casa; quindi si espande nella città-Stato per culminare nell’idea imperiale. A seconda del momento, esso occupa differenti categorie di pensiero e assume differenti espressioni, ma nella sua essenza è religioso, poiché trascende l’esperienza sensibile; una volta adempiuta la missione, anche la sua base si trasforma. E’ questa la vera chiave per comprendere i Romani e la loro storia.

La mente del romano è quella del contadino-soldato, e ciò è vero anche per i tempi più tardi, quando può non essere più né l’uno né l’altro. Lavorare senza sosta è la sorte del contadino, poiché le stagioni non aspettano i comodi di nessuno. Ma il lavoro, da solo, non serve a nulla: l’uomo può far progetti e preparativi, arare e seminare, ma deve pazientemente attendere l’aiuto di forze che sfuggono alla sua comprensione , e tanto più al suo controllo. Se esiste un modo per procacciarsene il favore, egli lo adotterà, ma nella maggior parte dei casi potrà solo collaborare con esse, mettersi al loro servizio per attuare i loro fini e, subordinatamente, i propri.

Intemperie e infortuni potranno rendere vane le sue fatiche; in tal caso dovrà accettare il compromesso e saper aspettare. La semina, la crescita delle messi, la raccolta, nella loro ordinata ripetizione, regolano la sua esistenza; la vita dei campi è la sua stessa vita. Se, come cittadino, sarà spinto a intraprendere un’azione politica, tale azione sarà volta a difesa della sua terra, del suo commercio o della fatica dei figli. Per lui, la conoscenza raggiunta attraverso l’esperienza ha maggior valore di qualsiasi speculazione teoretica. Le sue prime virtù sono onestà e frugalità, previdenza e pazienza, operosità, coraggio e tenacia, semplicità e umiltà di fronte a ciò che sta sopra di lui. Sono le stesse virtù del soldato.

Anche il soldato conosce il valore della routine come parte della disciplina, poiché è suo compito rispondere all’appello improvviso con prontezza quasi istintiva. Anche il soldato deve avere fiducia in sé, possedere la forza e la perseveranza del contadino, mentre l’ingegnosità pratica di costui lo aiuta a diventare ciò che il soldato di Roma deve essere: un costruttore di strade, di fossati e di valli, colui che sa tracciare un accampamento o una fortificazione allo stesso modo in cui sa delimitare i confini di un campo o disegnare un sistema di canali di scolo. Sa vivere della terra, perché l’ha sempre fatto. Anch’egli è consapevole dell’esistenza di quel elemento imponderabile che può sovvertire il più cauto progetto: anch’egli crede a forze invisibili e chiama fortunato quel generale che la potenza ignota sceglie a proprio strumento. E’ leale verso gli amici, si affeziona ai luoghi. Se e quando si abbandona alla violenza politica, lo fa per assicurarsi una casa e un pezzo di terra da coltivare quando sarà finita la guerra, e incrollabile è la sua fedeltà al generale che difende la sua casa.

Uno dei concetti che maggiormente spiega il pensiero dei Romani, è il concetto di genius. L’idea del genio risale al pater familias il quale, generando i figli, diviene capo della famiglia. Il suo carattere essenziale di procreatore viene isolato e gli viene attribuita una essenza spirituale autonoma. Egli guida la famiglia che gli deve la propria continuità e cerca in lui la protezione. Così, come membro di quella misteriosa sequenza figlio-padre, l’individuo acquista nuovo significato; è posto su uno sfondo, non più continuo, ma spezzato, in cui i pezzi hanno forme diverse, e uno di essi ha la sua forma. Il suo genio, pertanto, è ciò che lo pone in una relazione speciale alla sua famiglia nel passato, che ora è scomparso, e nel futuro, che avrà origine dai suoi figli. La catena di un potere misterioso unisce la famiglia di generazione in generazione, ed è grazie al suo genio che egli, uomo di carne e ossa, può essere un anello di questa catena invisibile. Come il genio della famiglia esprimeva l’unità e la continuità della stessa attraverso le generazioni, così si venne ad attribuire un genio particolare anche a un gruppo di uomini non uniti da vincoli di sangue, ma da interessi e scopi comuni.

Il gruppo acquista un’entità: il tutto è più delle parti che lo compongono, e questa misteriosa personalità collettiva è il genio. Nell’organizzazione familiare contadina, la donna occupa una posizione di autorità e responsabilità. Tra i Romani, teoricamente, la donna era soggetta alla potestà del marito e non godeva di alcun diritto legale. Tuttavia non era tenuta segregata e condivideva la vita del marito, stabilendo quel codice di virtù uxorie e materne in seguito ammirate e invidiate. L’autorità dei genitori era rigida: essi esigevano e ottenevamo il rispetto dei figli che facevano vivere in stretto contatto con loro, in casa e fuori. Si impartiva ai ragazzi un’educazione “pratica“,  e le storie del passato erano presentate in modo che se ne potesse trarre una morale.

La famiglia (familia) era il pilastro fondamentale della costituzione romana, il nucleo originario e l’asse portante della società. Alla base di essa vi era l’unione tra uomo e donna, ritenuta istituto umano naturale e fondamentale poiché atto a garantire la sopravvivenza e la continuità del genere umano in generale ed in particolare della gens, ossia di un gruppo di famiglie che si pensava discendessero da uno stesso antenato. La famiglia a Roma era considerata un’istituzione sociale pubblica; sposarsi e mettere al mondo figli era considerato alla stregua di un obbligo e di una necessità sociale.

Dopo l’età repubblicana e dinnanzi alla decadenza dei costumi, Ottaviano Augusto prima e l’avvento del cristianesimo poi, ribadirono l’importanza dell’istituto familiare, rafforzandolo attraverso il vincolo della reciproca fedeltà dei coniugi, rifiutando la pratica del divorzio, limitando il potere assoluto del pater familias , riconoscendo in maniera esplicita la dignità della donna (questo grazie al cristianesimo).

Base della romanità sono i mores maiorum, le qualità morali incarnate dai Padri. Enumerando alcune di queste virtù, che i Romani considerarono sempre squisitamente romane, le troviamo tutte collegate all’assetto primitivo, agli scopi e al tipo di vita, alle prime lotte per l’esistenza e alla religiosità dei primi secoli della Repubblica. Esse formano un insieme organico. La prima di queste virtù appare essere il riconoscimento che l’uomo è subordinato a qualcosa di esterno che ha un potere vincolante su di lui, e il termine che designa tale potere, religio, ha una vastissima gamma di usi. Si definisce “uomo di altissima pietas” l’uomo religioso, e pietas è un aspetto di quella subordinazione alla quale si è appena accennato. Si è pii verso la divinità se se ne riconoscono i diritti; si è pii verso i genitori e gli anziani, verso i figli e gli amici, verso la patria e i benefattori, verso tutto ciò che suscita, o dovrebbe suscitare, rispetto e affetto, se si ammettono i loro diritti su di noi e si compiono i doveri che ce ne derivano. I diritti esistono in quanto i rapporti in questione sono considerati sacri. Gravitas è invece il senso dell’importanza di ciò cui si attende, cioè la serietà, lo zelo, il senso delle proprie responsabilità. E’ il contrario della levitas, qualità che i Romani disprezzavano: la leggerezza, l’incostanza, l’occuparsi di cose futili nel momento non adatto. Alla gravitas si accompagnano naturalmente la constantia, che è la fermezza di propositi, e la firmitas, la tenacia; o, a temperarla, la comitas, che è la giovialità, la bonomia, il buon umore. Disciplina è quel costante esercizio che porta alla fermezza di carattere; industria è l’attività, la laboriosità; virtus, il coraggio, la virile energia; clementia, la condiscendenza a rinunciare ai propri diritti; frugalitas, la frugalità, l’amore delle cose semplici.

Ed ancora, il rispetto per l’auctoritas, l’autorità; iustitia, la giustizia, ossia la costante e perpetua volontà di dare a ciascuno il suo; fides, il rispetto della parola data e del proposito manifestato, la fedeltà, verso gli amici e quanti da te dipendono, stimata come una delle cose più sacre della vita. Queste sono alcune delle qualità che i Romani più ammiravano; sono doti morali solide, che solo ad uno sguardo superficiale possono sembrare senza attrattive. Le doti che avevano aiutato i primi romani a imporsi contro la natura e contro i loro vicini, restarono sempre le virtù più alte. Ad esse il romano doveva se la sua città-Stato si era elavata al di sopra delle civiltà circostanti, civiltà che gli apparivano fragili e malsicure senza i sostegno di quelle virtù che egli stesso aveva faticosamente coltivato. Severitas, la rigidezza, in primo luogo verso se stessi, è forse la parola che meglio le riassume. La spiccata pietas religiosa romana, si realizzerà finalmente nel cristianesimo.Il passaggio di Roma dal paganesimo al cristianesimo può essere felicemente rappresentato dal pensiero e dall’insegnamento di uno dei quattro massimi Dottori della Chiesa cattolica, Sant’Ambrogio vescovo di Milano dal 374 al 397 d.C. (anno della sua morte). Ambrogio – appartenente ad una famiglia di antica nobiltà senatoria ed impegnato personalmente nell’amministrazione dell’Impero, in qualità di consularis della Liguria e dell’Aemilia, legato da vincoli di amicizia e di parentela con le grandi famiglie della nobiltà romana, pagana e cristiana – appare, per la sua cultura di base, fondata su Virgilio e Cicerone, un membro tipico della classe senatoria occidentale e latina del suo tempo.

Sant’Ambrogio rifiuta di identificare Roma con la religione pagana e afferma, anzi, che il paganesimo era la sola cosa che, con l’ignoranza di Dio, accomunava Roma con i barbari. Rifiuto, dunque, della religiosità pagana, ritenuta peraltro non specifica del mos romano, ma piena accettazione della tradizione politica, civile e militare identificata, da Ambrogio, con il vero mos maiorum di Roma. Emblematica è l’esaltazione che S. Ambrogio fa delle virtù di Camillo, di Attilio Regolo, di Scipione e dell’antica disciplina militare romana, fatta di fortezza, di vigilanza, di resistenza alla fatica, di dedizione alla causa comune (2).

Ed è ancora Ambrogio a fornire, nel De Obitu Theodosii, un chiaro insegnamento della concezione cristiana della fides militum, la quale ha come condizione e contropartita la devozione dell’imperatore al bene comune. Fides che è, insieme, la lealtà dei soldati verso l’imperatore e di questi verso Dio per il quale egli stesso milita. Il travagliato rapporto iniziale tra la religione di Cristo e la Roma pagana, si risolse dunque nella conversione alla fede cristiana da parte di sempre più vasti settori della popolazione, interessando tanto gli strati popolari quanto la nobiltà e l’ambiente militare, e culminando nella proclamazione del cattolicesimo quale religione dello Stato romano. L’avvento della nuova religione non significò alcuna rottura con l’essenza della romanità, identificata con quei mores maiorum pienamente assunti dalla dottrina cattolica nella forma di quelle virtù naturali che costituiscono la base su cui fondare una retta esistenza, conforme al volere di Dio e, per questo, votata alla gloria eterna. 

Note(1)     Forma anche in senso aristotelico, ossia principio attivo che ordina la società principio passivo. (2)     Tra le figure esemplari della migliore romanità, non può mancare quella di Marco Porzio Catone (234-149 a.C.). Contadino, soldato, console, censore, oratore e storico, Catone (Cato maior) è stato lo strenuo promotore e difensore del mos maiorum e della romanità, contro la decadenza dei costumi, minacciati dalla corruzione di un certo ellenismo, e contro la potenza cartaginese, da lui ritenuta un pericolo mortale per Roma non solo militarmente e politicamente ma anche, e soprattutto, in quanto portatrice di un modello di vita radicalmente diverso da quello romano. Marco Porzio Catone costituisce un punto di riferimento irrinunciabile; il suo operato ed il suo insegnamento, costituiscono uno degli esempi maggiori di coerenza e fedeltà al mos maiorum.     

 

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