LA SFIDA CORPORATIVA
-per la ricostruzuine economica e sociale-

Lanciamo la sfida corporativa

Cenni storici, situazione attuale, proposte concrete.
Tra il 1943 e il 1945 La Repubblica Sociale Italiana iniziò una politica di socializzazione delle imprese produttive; le basi dottrinarie e programmatiche di tale opera furono esposte nel Manifesto di Verona. Le speranze suscitate da tale documento, rinfocolate dal successo dei primi esperimenti di socializzazione corporativa, provocarono, pur nel contesto drammatico di una guerra ormai persa e di un sistema economico gravemente compromesso, una tale ripresa produttiva e un tale consenso popolare che il nemico definì il corporativismo applicato e la socializzazione due “mine sociali”.Oggi spetta a noi seminare “mine sociali” sul cammino di un nemico che ha pianificato per la nostra gente la povertà di massa e il totale smantellamento di ogni forma di intervento sociale da parte dello Stato.

La crisi del lavoro

La società italiana vive oggi una profonda crisi; tale crisi non è solo economica e strutturale ma anche e soprattutto morale. I valori più qualificanti della nostra tradizione nazionale come il lavoro, la famiglia e il risparmio sono stati sostituiti da una nuova mentalità che sfugge il lavoro, mortifica la famiglia e incoraggia lo spreco. Come è avvenuto tutto ciò?
La concezione utopico marxista del lavoro

A seguito della diffusione delle teorie marxiste si fece strada, nel secolo scorso, l’utopia dell’abolizione del lavoro, da raggiungersi nell’ultima fase della rivoluzione comunista, in una specie di nuovo paradiso terrestre. Questo ideale farneticante, per il quale ogni militante comunista doveva essere pronto anche all’estremo crimine, era inverdito, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, dai teorici dell’Autonomia Operaia che auspicavano, grazie allo sviluppo dell’automazione
produttiva, la virtuale scomparsa della figura del lavoratore e la possibilità per le masse di dedicarsi prioritariamente ad “attività ludiche”. Si trattava, sostanzialmente di una riedizione dell’utopia arcadica; il vagheggiamento di un luogo ideale e inesistente dove gli uomini avrebbero dedicato tutto il tempo al divertimento e agli svaghi dopo aver abolito la proprietà privata e il lavoro. Ancora recentemente (nell’ottobre 1996) Tony Negri ribadiva (insieme con altri “intellettuali” della sua statura) la necessità di diminuire il numero delle ore lavorative e di salariare i disoccupati con l’obiettivo di una società di poveri oziosi, in un mondo decaduto a livelli bestiali e dominato da un’oligarchia che tutto può e tutto possiede. Questa visione è tributaria delle concezioni filosofiche che, da Rousseau in poi, non riconoscono la natura imperfetta dell’uomo e quindi ritengono ingiuste le necessità e i doveri connessi al suo stato. La vera civiltà è estranea all’ozio e nemica del sottosviluppo e della povertà; al contrario ricerca sempre, attraverso la disciplina mentale e il lavoro manuale, il bello, l’utile e il giusto.

La concezione liberale e calvinista del lavoro

Sotto un segno apparentemente opposto, in campo liberal-borghese, si fece strada la concezione , di derivazione calvinista, per la quale il sommo obiettivo
della vita ( e segno di gradimento da parte del Signore) è il conseguimento della ricchezza materiale;in questo quadro il lavoro è privo di ogni valenza spirituale.
La catena di montaggio e le grida della Borsa sono, a livelli differenti, sintomi
dello squilibrio creato dall’errore liberal-borghese; l’accumulo di denaro fine a
se stesso da vita ad un moderno schiavismo dove lo sfruttamento diventa regola nel quadro di una graduale proletarizzazione di tutti i componenti della società.

Il lavoro come creazione che continua

Una corretta visione del mondo concepisce il lavoro come continuazione della
creazione divina. Similmente alla procreazione umana che è il congiungimento
delle volontà di Dio e dell’uomo nel mettere al mondo una nuova vita, il lavoro
è l’azione dell’uomo che (“imago Dei”) espande nel mondo l’ordine celeste.
Tramite la natura ci vengono date le materie prime e gli elementi necessari alle
attività edilizie ma è l’uomo.con il suo ingegno e con la sua fatica,: a creare le
cattedrali, le case coloniche e le strade che permettono il contatto od il commercio. L’ordine dei campi coltivati, i villaggi contadini, i palazzi
artisticamente adornati sono una manifestazione di civiltà che, beneficiando di
conoscenze e studi tecnici o di esperienze acquisite.simbolizza il tentativo
supremo dell’uomo di avvicinamento all’ordine superiore. L’artigianale,
l’agricoltura, la piccola industria (ma anche l’onesto commercio, la libera
professione e la scienza) diventano, se così intese, attività creative, specchio
della personalità di chi le esercita e libere da alienazioni e noia. Gli orgogliosi
artefici di tali attività ne trasmettono a figli e subalterni lo spirito ed i segreti, generando così Tradizione.

Le corporazioni

In un tempo di grande stabilità sociale e alta tensione ideale quale fu il
Medioevo, gli uomini diedero una valenza altamente spirituale al loro lavoro e si organizzarono in Corporazioni. Queste strutture nacquero nei borghi, dalla necessità di regolare il lavoro e difendere i lavoratori dai rovesci della vita e
dalla presenza degli speculatori: Uomini che lavoravano nello stesso campo, si diedero un codice interno che venne poi riconosciuto dal potere politico: Furono definite a vantaggio del consumatore caratteristiche e qualità dei prodotti, furono messi limiti agli orari di lavoro (pratica successivamente stravolta dalla rivoluzione industriale capitalista), furono organizzati fondi di sussistenza per chi cadesse in disgrazia o per le famiglie private del proprio capofamiglia e sostentatore. Furono acquisite proprietà di interesse della Corporazione, cappelle, librerie, centri di formazione, associazioni ludiche o legate alle feste religiose; furono inoltre creati fondi di investimento. Grande significato fu dato all’apprendistato con il quale il giovane veniva lentamente e sapientemente messo a conoscenza del mestiere attraversando i diversi gradi dell’apprendimento. Al tutto veniva data una struttura gerarchica in cui il più capace ed i più esperti assumevano responsabilità più alte nella Corporazione. Negli anni trenta il Fascismo (nel quadro della sua continua opera di ricerca di equilibrio fra tradizione e progresso, fra giustizia sociale e successo economico e all’ombra di una grande concezione spirituale) diede vita alle Corporazioni. Ciò avvenne alla vigilia della guerra ed è da considerare come un tentativo che sarebbe stato in seguito migliorato e rifinito. Vale la pena di ricordare che in quegli anni il Partito Comunista clandestino, totalmente spiazzato a sinistra, ordinò ai suoi militanti di appoggiare il Fascismo “unica forza capace di combattere il capitalismo internazionale”. Mussolini, come sempre geniale ed equilibrato interprete del vero spirito romano, parlando del lavoro e del lavoratore giustamente affermò: “L’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero”.

Le corporazioni oggi.

Noi crediamo fermamente che sarà in mezzo ai lavoratori che nasceranno i primi germi della rinascita; sarà quindi tra loro che prenderanno forma le nuove Corporazioni. La storia ci insegna che questo processo di accorpamento, difesa e sacralizzazione del lavoro nacque spontaneamente. Si può iniziare già nel nostro ambiente con operazioni semplici e alla portata di tutti:
• Si riuniscano coloro che lavorano in un settore (insegnamento, artigianato, costruzione etc. etc.)
• Si diano un riferimento sacro in sintonia con la nostra tradizione italiana.
• Creino una carta con gli obiettivi della Corporazione, una sorta di decalogo dei diritti e dei doveri.
• Si dia il giusto prezzo alla propria prestazione e ai propri prodotti e si elimini per sempre lo schiavismo degli orari inumani di lavoro.
• Si organizzino in oltre forme di risparmio e di investimento interne alla Corporazione.
• In tempi di feroce concorrenza, e’ più che mai vero che l’unione fa la forza e che la Corporazione aiuterebbe a superare molti ostacoli, darebbe più possibilità di espansione, aumenterebbe in forma esponenziale i risultati mantenendo le invidualità.
• La Corporazione avrebbe il dovere di difendere la famiglia da eventuali disgrazie o incidenti.
• Darebbe possibilità di apprendistato ai giovani che spesso e volentieri potrebbero essere i figli stessi dei membri della Corporazione. Visto che oggi a queste strutture non sarebbe concessa la direziono politica delle proprie attività la Corporazione, zona per zona, finirebbe per costituire un contropotere che, allargandosi sempre di più e usando sempre di più le proprie facoltà decisionali autonome, arriverebbe in prospettiva ad esautorare gli organi della democrazia liberale.
• Il Movimento si farà carico di mettere in contatto le diverse organizzazioni corporative formatesi nelle differenti realtà territoriali aumentando così le possibilità di lavoro esponenziale e favorendo un intenso interscambio di idee ed esperienze.
• Partendo dal nostro ambiente il sistema si espanderà ai tanti onesti lavoratori che vedranno nelle Corporazioni uno strumento più agile, più giusto e più umano del sindacato.
• Sicuramente il sistema corporativo sarà lo strumento capace di curare i grandi mali sociali del nostro tempo.

Cenni storici sulla natura delle corporazioni.

Le Corporazioni sono di origine assai antica: le prime di cui si ha notizia risalgono al periodo imperiale romano, ma è nel Medioevo che raggiunsero la
loro piena maturazione. La Corporazione, vera e propria università professionale, raggruppa in un organismo fortemente gerarcherizzato tutti
coloro che in una città o in una regione esercitando lo stesso mestiere, con a
cuore il bene comune del mestiere interessato e di tutta la società. Tale
gerarchia comprende gli Apprendisti, i Compagnoni, i Maestri e i Giurati. Nel
momento in cui una Corporazione nasce, i principali scopi sono rappresentati
da:
– preservare la propria fede religiosa, i propri costumi e garantire il proprio
onore.
– costituirsi gerarchicamente per meglio difendere i propri diritti.
– assicurare la prosperità con un lavoro ben distribuito ed un salario equo.
– garantire la perfezione e la qualità del prodotto.
– assicurare il sostentamento dei malati, degli infermi, degli anziani (sia degli
iscritti alla corporazione che degli operai esterni ad essa).

Il lavoro è quello della bottega domestica: ogni Maestro d’opera, allo stesso
tempo padre di famiglia e capo di bottega, da lavoro ai propri figli, ad uno o due
Apprendisti, ad uno o due Compagnoni.
L’Apprendista, che sceglie liberamente il proprio mestiere, viene condotto dinanzi al Maestro dai propri genitori. L’età per cominciare varia, a seconda dei
mestieri, tra i dieci e quindici anni. Il numero degli Apprendisti per ciascun Maestro (escludendo i figli dello stesso) è limitato ad uno o due, per lasciare
all’impresa il suo carattere familiare. Perciò i figli del Maestro che sceglievano
di seguire le orme paterne potevano fare gli Apprendisti senza limite di numero.
Il Maestro offre all’Apprendista vitto, alloggio e vestiario, trattandolo così come
un membro della famiglia e vegliando attentamente sulla sua moralità; inoltre
non può licenziarlo senza valide ragioni. La durata dell’apprendistato varia a seconda delle città e dei mestieri (dai due anni per i guantai ai sei anni per i
tappezzieri e carpentieri). Durante questo periodo l’Apprendista è sotto la protezione particolare dei Giurati, che controllano che sia trattato rispettosamente e venga formato professionalmente: Gli effetti dell’assenza di
tale protezione vengono duramente sentiti all’indomani della rivoluzione
francese, soprattutto per quanto riguarda lo sfruttamento del lavoro minorile
nelle fabbriche.
Compagnoni: una volta terminato il suo periodo di formazione, se ritenuto
capace, l’Apprendista diviene Compagnone. Il numero di Compagnoni che un
Maestro può mantenere non è limitato come quello degli Apprendisti. In caso di
scarsità di mano d’opera, i Compagnoni vengono ripartiti tra i vari Maestri al
fine di evitare la concorrenza sleale. Il contratto tra Maestro e Compagnone
prevede che l’operaio sia trattato con rispetto e che obbedisca agli ordini del
padrone, lavorando a suo vantaggio ed evitandogli qualsiasi danno: un principio
di solidarietà che si cerca invano nel sindacato moderno, fermo nelle sue
posizioni di lotta fra le diverse classi: I Compagnoni, che rappresentano la classe
operaia del mondo medievale, sono a loro volta protetti dalla legge: possono
anche viaggiare da una città all’altra.
Maestri: Dopo il grado di Apprendista e quello di Compagnone, l’operaio è
pronto per divenire Maestro. Ma per accedere a tale grado il candidato deve dar
prova delle sue capacità attraverso un esame che certifichi il suo talento
professionale. E’ un aspetto fondamentale che distingue il sistema corporativo
dell’attuale sistema liberista, che permette chiunque di fare qualsiasi cosa, con
tutti i rischi di frode e di approssimazione che comporta per i clienti; l’esigenza
dell’esame di ammissione (che suppone una precedente formazione specializzata) assicura invece al mestiere operai di valore ed al consumatore
prodotti di qualità. L’esame consiste in una lavorazione di alto valore professionale che testimoni in chi lo ha prodotto il pieno possesso delle capacità
necessarie (ad esempio i pasticceri devono preparare sei piatti completi in un
solo giorno). L’esame ha luogo di fronte ai Giurati. Se superato, il nuovo
Maestro presta giuramento sulle reliquie dei Santi e sul Vangelo di osservare i
regolamenti, di onorare e rispettare i Giurati, di accettare le loro ispezioni e di
non lavorare nelle feste comandate. Il manto della religione dona forza e garanzia all’intera cerimonia, che solitamente termina con lauto pranzo.
Giurati: sono gli amministratori della Corporazione ed hanno il compito di
difendere i diritti e i privilegi del corpo che rappresentano: amministrano le
risorse ed ogni cinque anni ne fanno il resoconto. Visitano le botteghe ed i magazzini come previsto dagli statuti per verificare l’osservanza dei
regolamenti. Tali visite permettono di esercitare una sorveglianza paterna sugli
Apprendisti e sui Compagnoni e di ricevere le loro lamentele o quelle dei
Maestri. Vengono rinnovati in media ogni cinque anni. Fino al XV secolo tutta
la Corporazione partecipa all’elezione dei propri capi:Apprendisti,Compagnoni,
Maestri e perfino le donne. Poi, a causa dei disordini provocati dal protestantesimo, per evitare i pericoli da raduni tanto numerosi, l’elezione viene
riservata solamente ai Maestri. Ai nostri giorni è molto difficile immaginare
tutte le precauzioni prese contro l’adulterazione dei prodotti, come pure farsi
un’idea del valore intellettuale e morale che si esigeva dai Maestri. Ad esempio
gli stampatori dovevano conoscere il latino e almeno saper leggere il greco. I
Giurati, scelti da tale élite per sostenere i diritti e l’onore della Corporazione,
devono quindi distinguersi straordinariamente, non solo per l’inappuntabile
integrità delle abitudini e per la rinomata lealtà degli affari, ma anche per
superiorità d’intelligenza e per quantità di conoscenze.

Rapporti politici: La corporazione e il monarca.

Le Corporazioni non hanno una amministrazione centralista, anonima e
disumana. Esse hanno un padre che è allo stesso tempo colui presso il quale ci
si può sempre rivolgere per ottenere giustizia. Questo padre è il Monarca in
persona. Il suo intervento è necessario: per mantenere l’ordine nel bene comune
della società è indispensabile un’autorità suprema. Il Rè è il legislatore diretto
delle Corporazioni, i più piccoli dettagli della fabbricazione gli sono sottoposti.
Tutti gli statuti sono onorati dal sigillo regale ed ogni Corporazione considera il
Rè quale suo protettore speciale. Comunque l’equilibrio viene mantenuto,
poiché il Monarca rispetta quello che viene chiamato principio di sussidiarietà.
Tale principio è ottimamente formulato nell’enciclopedia Quadragesime anno:
“Nello stesso modo in cui si possono togliere ai singoli, per trasferirle alle
comunità, le funzioni che sono capaci di espletare da soli e con i propri mezzi,
così sarebbe commettere un’ingiustizia – e allo stesso tempo turbare
gravemente l’ordine sociale – togliere ai gruppi di ordine inferiore quelle
funzioni che sono capaci di espletare essi stessi per consegnarle ad una
collettività più vasta e di rango più elevato. L’ordine naturale di ogni intervento
in materia sociale è quello di aiutare i mèmbri del corpo sociale e non di certo
quello di distruggere e di esautorare”. Senza sostituirsi all’iniziativa degli
appartenenti alla Corporazione, il Rè, omologando le regole e gli statuti, dona
loro forza di leggi private, all’interno di quel determinato mestiere. Egli si
riserva comunque di intervenire quando il bene comune lo richieda, se
l’iniziativa privata si riveli insufficiente, ma si rifiuta di andare oltre. Siamo agli
antipodi del socialismo centralizzatore.

Il ruolo positivo delle Corporazioni.

L’uomo doveva glorificare Dio attraverso il lavoro ed il fine ultimo delle
Corporazioni era quello di rendere gloria a Dio in quanto gruppo professionale.
Bisogna dire che le Corporazioni derivano dalle Confraternite, e particolarmente da quelle che si offrivano per la costituzione delle chiese nei secoli XI e XII. In effetti sono le Corporazioni che hanno donato alle nostre chiese l’incomparabile numero di sculture, di vetrate e di tesori che ancor oggi ce le fanno ammirare. Tali nobili origini e simili realizzazioni sono maggior onore delle associazioni operaie, non lo si dimentichi mai! La sede della Confraternita era in una cappella particolare, di solito una chiesa parrocchiale o conventuale. La Corporazione-Confraternita ha le sue riunioni: la festa patronale, i servizi per i confratelli defunti, le messe speciali. Ciò che caratterizzava e dominava tutte queste istituzioni era il culto reso ai santi patroni del mestiere: S. Maurizio per i soldati, S. Barbara per gli artiglieri, S. Sebastiano per gli armaioli, etc. L’immagine dei patroni era dipinta sulle insegne delle Corporazioni. Tali bandiere venivano portate in testa durante tutte le celebrazioni solenni (non solamente per le feste religiose, quindi) e, naturalmente in battaglia. Infine c’era l’usanza di assistere alla sepoltura di ogni membro, o almeno di inviarvi una deputazione numerosa. Nel medioevo tale pratica si estese ai battesimi ed alle nozze, cosa che dimostra il carattere sociale e fraterno della vita quotidiana a quei tempi, che contrasta con il triste individualismo moderno. Terminiamo immaginando di passeggiare per una strada commerciale del Medioevo, costellata di botteghe, con le insegne che sporgono orizzontalmente, colorate in modo diverso a seconda dei vari mestieri.
Gli operai lavorano, visibili ai passanti, mentre i venditori ambulanti fanno sentire le loro grida, giunte fino a noi attraverso i tempi. L’inizio e la fine del
lavoro è annunciato dal passaggio del banditore, a meno che non sia la campana
della chiesa vicina a battere la festa della Corporazione, il matrimonio o la sepoltura di un confratello. E’ un modo colorato, vivo, molto fraterno.

Fede e Costumi

Per preservare la fede non basta seguire la messa domenicale. E’ necessaria una organizzazione sociale che faciliti l’esercizio della virtù. E’ chiaro che l’organizzazione ed il funzionamento delle Corporazioni giocheranno un ruolo decisivo nell’antica Europa. Il laicismo repubblicano, nato durante la rivoluzione francese, poiché voleva separare la vita pubblica dalla religione e dalla morale cristiana, non potè fare altro che sopprimere le Corporazioni. La perdita della fase ed il decadimento dei costumi non si fece attendere.

Impiego Garantito e Salario Accettabile.

Il sistema corporativo è agli antipodi del liberismo economico: lungi dal permettere una libertà di concorrenza senza controllo, regolamenta rigorosamente la produzione, per cui tutto il mondo attivo riceve lavoro secondo
le sue esigenze. Misure molto strette sono prese per fissare il numero degli Apprendisti, dei Compagnoni, dei Maestri secondo i bisogni del paese e le possibilità di sbocchi. Con queste sagge misure si preservano i mestieri sia dall’inconveniente della mancanza di forza lavoro che dal pericolo del suo
sovrannumero. L’equilibrio è mantenuto dalle assemblee delle Corporazioni
che, con l’autorizzazione reale sempre concessa, possono modificare il numero
dei Maestri e degli Apprendisti secondo il crescere o il decrescere della domanda. Dunque l’operaio ignora le miserie della disoccupazione periodica ed è certo di poter vivere del proprio mestiere. L’apprendistato è lungo ma, una volta divenuto Compagnone, l’operaio ha il lavoro assicurato dalla Corporazione. Il livello dei prezzi e dei salari è dibattuto nelle assemblee dei mestieri, che prevengono così gli abusi che potrebbero sorgere dall’attività dei Maestri o dalle esigenze degli operai, tanto che non si hanno notizie di scontri tra le due categorie. L’unica concorrenza è quella della qualità, le Corporazioni regolano la durata del lavoro, i suoi procedimenti e i suoi acquisti. Quanto alla pubblicità, essa era vietata. Questo sistema di controllo da parte delle Corporazioni si chiama monopolio, o privilegio esclusivo di produrre e vendere, strettamente regolato in vista del bene comune. Eccezioni a tale principio sono tollerate, soprattutto permettendo, nei giorni di fiera e di mercato, la concorrenza di chi produce in campagna. Il sistema viene così ben equilibrato.

Qualità del prodotto e del lavoro

La Corporazione otteneva la qualità del prodotto soprattutto attraverso la
rigorosa formazione del lavoratore e il controllo da parte dei Giurati. Si potrebbe
obiettare che ciò era possibile solo ad un livello di produzione poco sviluppato,
in un’economia interamente artigianale. Bisogna ribattere che il sistema
corporativo non ha minimamente ostacolato lo sviluppo dell’industria, nel
momento in cui esso fu reso possibile dal progresso della tecnica e che, senza la
folle abolizione della rivoluzione francese, le Corporazioni nelle città e la regolamentazione per le officine avrebbero assicurato prosperità alla società
attraverso una saggia organizzazione del lavoro.

Unità del Corpo Sindacale

Anche grazie alla profonda unione che il sistema corporativo manteneva tra il
Capo della nazione e la popolazione attiva (e, all’interno dei mestieri, tra il
Maestro e i suoi operai); oltre che alla pratica della carità fraterna tra i
confratelli, si realizzò una buona unità del corpo sociale. Da questo punto di
vista, le corporazioni sono profondamente antisovversive, cosa che fa
comprendere il profondo odio che i sovversivi nutrivano contro di esse. Grazie
alle Corporazioni, si donava agli operai il gusto del lavoro ben compiuto,
favorendo la qualità del prodotto. Purtroppo, oggi stiamo per perdere tale gusto.
Il solo criterio veramente decisivo nella fabbricazione di qualsiasi cosa è il
rendimento economico, molto diverso dunque dal tempo delle Corporazioni,
quando esistevano regole ben precise, regole professionali per la fabbricazione
degli oggetti. Ecco perché, malgrado una tecnica inferiore alla nostra, il
Medioevo riuscì a realizzare opere di qualità ben superiore alle nostre. Si ha
assolutamente torto nel credere di vivere adesso in un’epoca superiore in tutto
rispetto a quel periodo, anche da un punto di vista meramente materiale. “Magari non lo si crederà, ma noi siamo stati allevati in un popolo allegro. A
quei tempi un cantiere era un luogo in cui gli uomini erano felici. Ai miei tempi
tutti cantavano. Nella maggior parte dei posti di lavoro al giorno d’oggi ci si
lamenta. A quei tempi non si guadagnava quasi nulla. I solari erano di una
bassezza di cui non si ha idea. Eppure c’era, anche nelle case più umili, una
specie di agiatezza di cui si è perso il ricordo. In fondo non si facevano calcoli –
non c’era nulla da contare – ma si potevano tirar su i bambini. Non c’era questa
specie di terribile soffocamento economico che oggigiorno, di anno in anno, ci
stritola sempre di più. Non si guadagnava niente, non si metteva niente da parte,
eppure tutti vivevano. Non si saprà mai fino a dove arrivassero la decenza e la
proibita’ di questo popolo; una tale finezza, una tale cultura profonda non si
troverà più. Ne una tale finezza ne la decenza nel parlare. Allora ci credete? Noi abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare. Non si pensava che a lavorare. Noi abbiamo conosciuto operai che la mattina cantavano all’idea di andare a lavorare. Lavorare era la loro gioia e la radice profonda del loro essere.
C’era un onore incredibile nel lavoro, il più bello di tutti gli onori, il più
cristiano, il solo forse che veramente contasse. Noi abbiamo conosciuto questa
attenzione spinta fino alla perfezione, identica nell’insieme, identica nel più
piccolo dettaglio. Noi abbiamo conosciuto questa pietà dell’opera ben fatta,
spinta, mantenuta fino alle sue più estreme esigenze. Io ho visto in tutta la mia
infanzia impagliare sedie con lo stesso spirito, lo stesso cuore e la stessa abilità
con cui questo popolo aveva eretto le sue cattedrali. Che resta oggi di tutto ciò?
Come hanno fatto a trasformare il popolo più laborioso della terra, che amava il lavoro per il lavoro e per l’onore in questo popolo di sabotatori, come hanno
potuto trasformarlo in questo popolo che in un cantiere mette tutto il proprio
sforzo per non far nulla? Questi operai non erano servi. Erano lavoratori. Essi
avevano un onore assoluto, come è proprio che sia dell’onore. Bisognava che una gamba di sedia fosse ben fatta, questo era sottinteso. Era un successo. Non
bisognava che fosse fatta bene per la paga. Non era fatta bene per il padrone.
Bisognava che fosse fatta bene per se stessa, nel suo stesso essere. Una tradizione trasmessa dal più profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore volevano che questa gamba di sedia, che tutte le parti della sedia, anche quelle che non si vedono, erano realizzate con la stessa perfezione di quelle che si vedevano: era lo stesso principio delle cattedrali. Non si trattava di essere visto o non visto, era l’essenza stessa del lavoro che doveva essere ben fatta […]
l’onore del focolare si confondeva con quello dell’officina. Tutto aveva un. ritmo, un rito e una cerimonia fin dall’alzarsi la mattina. Tutto era un avvenimento: sacro. Gli operai, ridendo, per far arrabbiare il curato, dicevano che lavorare è pregare. E non preghiera. E l’officina un oratorio”.

Corporativismo: per la rinascita sociale.

Negli ultimi anni abbiamo assistito all’ingigantirsi del mondialismo ed al cieco
annientamento delle libertà dell’uomo. Questo processo, acceleratesi negli
ultimi decenni ha, pezzo dopo pezzo, eliminato tutte quelle forme associative
che in qualche forma proteggevano la vita dei popoli. Le recenti disquisizioni su
un supersindacato europeo che pretende di proteggere lavoratori in tutto il
continente, ma crea in realtà una classe di burocrati superpagati (a ridosso dei
superpagati politici) sempre più disinteressati ai veri problemi sociali, ci danno
idea di come queste strutture si siano oramai allontanate irrimediabilmente
dall’originaria aspirazione di partecipazione e gestione diretta dei loro affari.
Anche l’aver eliminato i partiti con le loro sezioni e federazioni significa aver
tolto ai militanti la loro istintiva e legittima volontà di incidere nel bene o nel
male sul territorio. Oggi ci si riunisce in circoli e club come per giocare a canasta o sfoggiare l’ultimo telefonino. La rivoluzione francese per prima fece suo un principio; che l’uomo doveva essere solo a godere della sua relazione con lo Stato, non vi dovevano essere intermediari o corpi protettivi. Come sappiamo
questa rivoluzione andò ben oltre propugnando con i suoi teorici più estremi la
messa in comune di tutto (incluso le donne) e l’abolizione della famiglia.
Il comunismo ed il liberalismo impunemente applicheranno una visione del
mondo in cui il comune, la chiesa, la famiglia e la corporazione erano destinati
a sparire. Prima del diciottesimo secolo, con un massimo fulgore nel medioevo,
avevano fiorito le corporazioni.
Il rè o chi per lui governava non sopra un’astratta massa di cittadini, ma su uomini che si erano messi assieme a secondo della loro vocazione, del loro mestiere, della loro professione. Questo concetto che tradotto in realtà politica si mostrerà solidissimo, originando una forza istituzionale e municipale invidiabili, poggiava a sua volta sul principio secondo il quale la società non era una macchina economica ma un organismo spirituale e che quindi includeva nell’attività economica tutta una serie di regole tacite di carattere morale. Questo sistema, organico in essenza, durò più o meno mille anni dando all’Europa estrema stabilità, assicurando pace e giustizia, valori che il Medioevo desiderava innanzitutto. Non aprì il prospetto di profitto illimitato ai pochi, proprio perché non si vedeva in esso nessun vantaggio ne per la società ne per l’individuo stesso, essendo l’uomo proteso verso altre ricchezze più importanti, quelle ultraterrene. L’istituzione delle corporazioni cercò di eliminare la concorrenza sleale per consentire all’artigiano di ottenere un livello di vita accettabile per se ed i suoi dipendenti, regolò i prezzi, le condizione lavorative, l’apprendistato per salvaguardare il lavoratore, ma allo stesso tempo fissò standard di qualità materiale e di prodotto finito garantendo così il consumatore. Il fissare un prezzo giusto non fu considerato un’utopia ma piuttosto una regola doverosa in una vita ordinata e in una organizzazione Tutto questo richiedeva che tutti i lavoratori di dato Comune si associassero nella Corporazione e che poi le autorità cittadine
riconoscessero essa come autorità competente. Questo sarà il principio che
muovera’ il fascismo nell’instaurare il suo Stato Corporativo; il riconoscimento
appunto della Corporazione come una struttura legittimata a decidere dei
propri affari e sintetizzarli nella struttura statale. In un tempo di conclamato
solidarismo in cui si adottano i figli a distanza o ci si esalta con i Telethon televisivi ci apparirà quasi come impensabile come una società cosi tecnicamente arretrata rispetto alla nostra potesse adempiere il proprio dovere con i propri svantaggi. Le corporazioni infatti si occupavano di handicappati, di vecchi, di malati, dei funerali degli associati nonché della dignitosa sopravvivenza dei familiari del defunto. Con l’apprendistato garantiva la continuazione dei “segreti” del mestiere e provvedeva a rifornire la società di abili lavoratori.
Anche qui il tutto veniva risolto organicamente. Il giovane sapeva che avrebbe avuto stabilità e lavoro per la vita ed il vecchio appartenente sapeva che non sarebbe mai stato abbandonato. Le forze sovversive al contrario si affrettarono a fare scempio di Corporazioni e monasteri che avevano paternamente difeso i più poveri e disavvantaggiati. Il mondo che comunismo e liberalismo ci avrebbero regalato, sarebbe stato il freddo mondo di eutanasia e solitudine. I motivi principali che portarono alla fine delle Corporazioni furono il mercantilismo che intravedeva nello sfruttamento delle risorse lontane ed il
conseguimento di ricchezze insperate la fonte di progresso e pace e l’ottimismo individualista dell’800 che riteneva questo sottile sistema di particolarita’, autoregolamentazione e protezione una sciocca perdita di tempo.
Inoltre 1’idea che stabilità e ricchezza di un popolo non dovessero essere piu’ giudicate sulla base della prosperità dell’agricoltura, il suo equilibrio con 1’industria, la stabilita’ dei prezzi e la totale occupazione, ma piuttosto sul commercio con 1’estero, lo sfruttamento delle colonie e addirittura con le guerre d’espansione, porto’ la societa’ nella direzione del capitalismo e dello sfruttamento dell uomo sull uomo.
In un mondo economico totalmente incomprensibile basato su indici sempre più astratti dalla vita dei popoli e da pratiche che incentivano la non produzione e portano alla distruzione di tonnellate e tonnellate di cibo in un mondo ancora affetto da carestia, il ritorno alla sanità sarà contrassegnato dal ritorno alle Corporazioni. Il costante avverarsi della fallacità di finanze e trasnazionali e di villaggi globali, porterà nuovamente alla filosofia dell’economia comunale e corporativa. II bisogno di associarsi ai nobili e naturali istituzioni temporaneamente distratto da sindacati e partiti tornerà a prevalere. E in questa visione che il nostro giornale ed il movimento che attorno ad esso si raccoglie danno una grande importanza al lavoro ed alla ricostruzione sociale. Non vi e’ possibilita’ di ribaltamento della società e se non vi è un raffiorare di strutture naturali quali solide famiglie, solide corporazioni e solide cellule militanti (cuib).
Non cadremo mai nella demagogica richiesta allo stato di più soldi e piu’ lavoroperché sarebbe come richiedere ad un morto di alzarsi e camminare. La nostra società si deve formate ordinatamente e rapidamente sui cardini che la renderanno forte.
Nel centro Italia si stanno gia’ formando fra carpentieri, falegnami ed insegnanti le prime strutture corporative.
In questo processo di genesi naturale il movimento fara’ da cassa di risonanza, nella certezza che siano ormai gia’ piantati i semi di un futuro luminoso.

L’esperimento dell’isola di Guernsey

Per chi si recasse a Guernsey, saranno immediatamente evidenti lo straordinario benessere, i bassi prezzi e le quasi inestistenti tasse di questa piccola isola. Questo “miracolo economico” ha origine in un esperimento che porto’ in pochi anni una terra povera ed abbandonata al benessere. Tratto da “Guernsey expenment”, libro ripubblicato nel 1992 da Distribuits Bopoks questo testo racconta come, lontani dai riflettori, gli isolani inaugurarono la stagione del “buon senso”.
Primi passi verso la prosperità

All’ inizio del diciannovesimo secolo, dopo le Guerre Napoleoniche, l’isola di
Gumisey si trovava in condizioni disastrose. A parte le bellezze naturali e il
clima mite c’era poco o niente che potesse attrarre i visitatori o solamente
trattenerne gli abitanti dall’emigrare verso la terraferma. Le strade erano
sentieri per carri larghe appena tre metri che, durante l’inverno, diventavano
fiumi di fango fiancheggiati da ripide banchine di roccia. La citta’ era malamente pavimentata e poco attraente e non c’era possibilità, in tutta 1’isola, di affittare un veicolo di un alcun tipo. Non esistevano commerci, attività o speranze di impiego per i poveri. Ancor più grave, per, era fatto che il mare stesse corrodendo in maniera progressiva vaste zone di terra a causa del terribile stato del sistema di dighe. Il debito pubblico, che ammontava a 19.137 sterline era gravato di un interesse annuale pari a 2.390 sterline; il bilancio annuale dello
stato era solamente di 3.000 sterline. Questo significa che, mentre vaste somme
di denaro erano necessario per salvare l’isola dall’erosione marina e renderla
adatta ad essere abitata, gli incassi pubblici netti (da tutte le fonti)
ammontavano solamente a 600 sterline annuali; mentre il solo progetto per le
dighe era stimato intorno alle 10.000 sterline. Nel 1815 si comincio a sentire il
bisogno di incrementare il bilancio pubblico che in quel momento non
provvedeva ne appoggio ne riparo per i cittadini e fu organizzato un comitato
per studiare il problema. Risultò subito evidente che ulteriori tasse sulla
popolazione isolana già troppo impoverita erano completamente fuori discussione. L’alternativa di prendere in prestito denaro dalle banche avrebbe
comportato interessi sul debito ad un alto tasso, che le casse non sarebbero state
in grado di affrontare. Era ovvio, altresi’, che la cifra ottenuta in prestito, quantunque fossero stati pagati interessi per anni non sarebbe mai stata restituita. Infine, dopo una lunga disamina, il Comitato presento’ nel 1816 i suoi risultati con la storica raccomandazione: “Che vengano acquisite proprietà e che
venga eretto un mercato coperto; le spese saranno coperte mediante 1’emissionedi Banconote di Stato per un valore di 6.000 sterline”.
Gli argomenti portati nell’occasione a favore dell’emissione di Stato valgono la pena di essere riportati: “Il Comitato raccomanda che le spese siano sostenute mediante remissione di Titoli di Stato da una sterlina per un valore di 6.000 sterline… E che questi Titoli siano a disposizione non solamente per il pagamento del nuovo mercato, ma anche per la Chiesa di Torteval, per le strade da costruire e per le altre spese pubbliche… Considerando che le banche hanno già in circolazione denaro per un valore di 50.000 sterline, si propone qui di emettere Banconote di Stato per il solo valore di 6.000 sterline”.
Si aggiungeva inoltre che l’emissione avrebbe costituito un attivo permanente per il bilancio dello Stato sufficiente non solo a costruire il nuovo mercato, ma anche a costituire un fondo di ammortamento per estinguere il debito di stato. Queste proposte non vennero messe in pratica fino alla fine dell’anno quando fu autorizzata l’emissione di Titoloni Stato per un valore di 4.000 sterline per i lavori di promozione costiera,Chiesa di Torteval e Monumento di Jerbourg.
I Titoli vennero emessi soggetti ad un riscatto in tre fasi: aprile 1817, ottobre 1817 e aprile 1818 e ne era esclusa la remissione. La relazione del Comitato che raccomandava l’emissione così recitava: “In questa maniera, senza incrementare il debito pubblico, sarà possibile portare a termine i tre lavori, lasciando denaro sufficiente nelle casse dello Stato per altre necessità”.
Si dovette aspettare comunque fino al 1820, dopo un altro tentativo abortito nel 1819, perché il Comitato riuscisse nei suoi tentativi volti a finanziare l’erezione del nuovo mercato e fosse finalmente autorizzata l’emissione di Titoli di Stato, destinati a questo scopo, per un valore di 4.500 sterline ripagabili in 10 anni tramite gli incassi dalle tasse di importazione e dalla tassa sulle macellerie. L’emissione fu rapidamente seguita da altre simili e, nel 1821, il numero di Titoli in circolazione fu aumentato, su raccomandazione del Comitato, a 10.000 sterline, essendo questo il metodo più vantaggioso di affrontare i debiti sia dal punto di vista delle finanze di Stato sia dal punto di vista del pubblico. Certamente i cittadini sembrarono subito rendersi conto del fatto e, invece di essere restii ad accettare i Titoli, li andarono cercando con passione. I nuovi mercati vennero finalmente inaugurati nell’ottobre 1822. Nel 1824 un’ulteriore emissione di 5.000 sterline fu autorizzata per i mercati, e ,nel 1826, l’emissione fu incrementata a 20.000 sterline per la ricostruzione dell’ Elizabeth College e di
alcune scuole parrocchiali. Fu nello stesso anno che apparvero le prime
banconote da 5 sterline degli Stati di Guernsey. Entro il 1829 i Titoli di Stato in
circolazione superavano la cifra di 48.000 sterline, nel 1837 le 55.000 sterline. I
Bilanci dello Stato erano frequente oggetto di congratulazioni; e fu dichiarato
più e più volte da eminenti personalità dell’epoca che senza l’emissione di Titoli
di Stato importanti lavori pubblici, come strade e di edifici, non avrebbero
potuto essere realizzate. Attraverso questa emissione,non solo questi lavori
furono compiuti, ma l’isola non era più povera di un penny per i costi di Tassi
d’interesse. I miglioramenti stimolarono il flusso dei visitatori nell’isola, e
grazie all’incrementarsi del commercio l’isola potè avvantaggiarsi di una
notevole prosperità.
Impedimenti temporanei

E’ risaputo che non si può accontentare tutti e sempre e ciò è vero anche per
quanto riguarda la questione delle banconote di Guernsey. Di certo durante i primi dieci anni di questo grande esperimento non ci fu opposizione tuttavia nel 1826, alcune persone fecero un rapporto al “Privy Council” facendo notare che
gli Stati non avevano alcun diritto di eccedere le loro entrate annue senza il consenso Reale. Alla richiesta di spiegazione del “Privicy Council” il comitato
rispose in maniera così esauriente che la faccenda fu chiusa. Copie fotostatiche
di tale documento storico sono state gentilmente fornite dal Signor Giullemette.
Il vero pericolo per questo esperimento venne proprio dal settore da cui ce lo si
poteva aspettare e cioè dalle banche dell’isola, la “old Bank” e la “Commercial
Bank” fondate rispettivamente nel 1827 e nel 1830. Queste istituzioni private
inondarono letteralmente l’isola di numerose banconote. Gli Stati temendo che
la continua emissione di proprie banconote potesse venire pregiudicata,
nominarono un comitato per conferire con le banche. La verità e’ più strana della finzione E’ difficile capire ciò che successe allora, ma il punto fu che proprio gli Stati e non le banche alla fine ritirarono dalla circolazione banconote del valore di £ 15 000 (sterline),in aggiunta gli Stati dovettero concordare di limitare la loro emissione futura di banconote a £40.000 (Sterline). Non si capisce il perche di queste misteriosa decisione, non esistendo documenti a proposito, ma solo fatti.
Tuttavia quest’accordo rimase in vigore fino al 1914 quando le banconote
di Stato in circolazione furono valutate £41.206 (Sterline). Durante tutto questo
periodo ci fu un solo tentativo di falsificazione, ma il fatto venne immediatamente scoperto. Di conseguenza fu necessario ritirare tutte le
banconote, che furono rimpiazzate da una nuova emissione di “Geen backs”.

A gonfie vele

Per 70 anni la situazione in Guernsey rimase invariata con un limite di emissione di £ 40.000 (Sterline), ma nel 1914 gli Stati di Guernsey riuscirono a
ribaltare la situazione nei confronti delle banche ed emettere di nuovo denaro a
seconda delle proprie esigenze. Questo fu dovuto ad una situazione imposta alle
banche durante la prima guerra mondiale. La domanda di denaro era enorme,
ma fu proibito alle banche di emettere denaro in una somma maggiore a quella
già in circolazione. Gli Stati tuttavia non erano sotto tale obbigazione e fecero
buon uso di questa opportunità ed alla fine della guerra, nel 1918 l’emissione si
elevò a £ 142 000 (Sterline).Dal quel momento in poi remissione di banconote a
Guernsey si elevò alla sua prosperità e nel 1958 c’erano £542.765 (Sterline) in
circolazione. Ora che le banche Britanniche non ci sono più banconote private
sull’isola, ma solo banconote di Stato a fianco delle banconote della Cassa del
Tesoro Britannica. Ovviamente c’è una grande domanda di banconote di stato.
Nessun cittadino di Guernsey che sia sensato desidera vedere le proprie tasse
aumentate per coprire i costi di interesse sul debito! Per approfondire ulteriormente, nel 1937 le banconote di Stato, circa £ 175.000 (Sterline), costarono solo £450 (Sterline) agli Stati per la stampa e l’emissione. Un prestito
delle stesse dimensioni sarebbe costato circa £11.333 (Sterline) all’anno.
Possiamo quindi noi biasimare i contribuenti di Guernsey nel preferire il
proprio denaro, considerando che sotto questo benevole sistema finanziario non
pagano quasi alcuna tassa? Durante tutta la durata di questo esperimento, dal
1817 fìno ad oggi non c’è mai stata alcuna minaccia di inflazione dovuta
all’emissione di danaro. Gli Stati sono stati sempre molto cauti nell’emettere e
nell’annullare banconote a seconda delle loro capacità e richieste. Chiunque
visti l’Isola rimane subito impresso dalla grande differenza di prezzi tra l’isola
e il resto del Regno Unito. Grazie al basso sistema di tassazione, e ai bassi dazi,
Guernsey beneficia di bassi prezzi, abbondanza di denaro ed un elevato tenore
di vita. Difatti Guernsey può permettersi di ignorare i problemi di inflazione
esistenti nel già molto indebitato Regno Unito.
Contrasti e conclusioni
Con riluttanza lasciamo l’isola del buon senso e ritorniamo al Ragno Unito e, visto che questa è una storia con una morale e una lezione da imparare, il
paragone deve essere fatto. Che contrasto esiste! Quale ammontare di debito
deve essere pagato dal cittadino Britannico! Ogni anno enormi tasse e contributi
vengono imposti per pagare gli interessi su debiti che non saranno mai ripagati.
Il debito nazionale odierno s’aggira all’incirca a 28.000 milioni di Sterline e il
tasso d’interesse, nel 1960, è non meno di 640 milioni di sterline, il doppio di
quello che noi spendiamo per l’assistenza sanitari. Bisogna tenere presente che
della somma raccolta dai contribuenti solo 1/5 viene restituito sotto forma di
interesse al risparmiatore privato. Il resto va alle banche, Britanniche o
straniere. E’ facile capire, anche se non si ha alcuna predisposizione alla
matematica, il perché stiamo ancora pagando per la battaglia di Waterloo. Al
tasso d’interesse del 5 annuo, l’interesse pagato sul debito nazionale è pari,
dopo 20 anni, alla somma presa in prestito all’origine. Se il nostro Parlamento
fosse arrivato alle stesse conclusioni, degli Stati di Guernsey nel 1816, e come
loro avesse emesso il proprio denaro, ci troveremmo ora in una posizione ben
differente! Il nostro debito nazionale semplicemente non esisterebbe, e come a
Guernsey le nostre tasse sarebbero trascurabili. Grazie alla politica del Governo
Britannico, le nostre autorità locali si trovano di fronte a problemi finanziari
che sono insolubili usando metodi ortodossi. Sono obbligati a chiedere in
prestito ingenti somme di denaro ad alto tasso d’interesse, che possono essere
ripagate solamente aumentando di continuo i contributi. Uno dei peggiori
esempi di comunità altamente indebitate è Glagow, dove il debito ammonta a
167 milioni di Sterline. Ogni anno interessi sul debito devono essere pagati
direttamente dalle tasche dei contribuenti; nel 1960 la cifra è di 9.412.665
Sterline (quasi la metà del totale dei contributi raccolti). E’ interessante
comparare alcuni dati in relazione al mercato della frutta di Glasgow con quelli
di Guernsey. Il mercato di Candleriggs a Glasgow venne costruito nel 1817 e
costò 60.000 Sterline. Questa somma fu raccolta in modo convenzionale, cioè con un prestito su cui si pagano gli interessi. Al contrario del mercato di
Guernsey, che furono ripagati fino al 1956, 139 anni piu’ tardi! Ci e stato
possibile ottenere informazioni precise sul totale degli interessi pagati in 139
anni tuttavia è registrato che tra il 1919 e il 1956 l’interesse pagato non fu meno di 267.886 sterline. Appena il debito fu ripagato si presentò la necessita
di eliminare questo mercato troppo costoso e oramai obsoleto.
Nel prossimo progetto di sviluppo di Glasgow il mercato della frutta verrà spostato in un altro posto per far fronte a problemi di traffico. E’ ancora quasi impossibile prevedere il costo di questo progetto, ma tra il costo d’acquisto
del terreno, costruzione e rimborsi, si può benissimo considerare che l’intero
mercato costerà diversi milioni di Sterline. Se questa somma di denaro viene
raccolta alla solita maniera, le conseguenze per i contribuenti di Glasgow
saranno doppiamente disastrose. I costi d’affìtto del mercato aumenteranno notevolmente, probabilmente triplicheranno, costringendo molti rivenditori all’ingrosso a cessare l’attività. I rimanenti saranno obbligati ad alzare i prezzi
della merce venduta per ammortizzare le spese addizionali fattore che a sua
volta provocherà un rialzo dei prezzi al dettaglio a Glasgow. Inoltre c’è il costo
del prestito stesso. Non c’è bisogno di far notare che se per ripagare un prestito
di 60 000 Sterline ci sono voluti 139 anni, un debito di diversi milioni di sterline
sarà un peso per i cittadini di Glasgow che incomberà su numerose generazioni
a venire.
Possiamo senza ombra di dubbio presumere che lavori pubblici finanziati per mezzo di prestiti con tasso d’interesse, costeranno al contribuente quasi tré volte tanto il suo costo originale. Ad esempio una casa il cui costo di costruzione è di 2.000 Sterline, costerà alla fine 5.500 Sterline. Tutte le autorità locali in Gran Bretagna, non solo a Glasgow si trovano di fronte allo stesso dramma. Per fare un altro esempio, il mercato di Spittafield a Londra propose di
spendere 700 000 Sterline, per ristrutturazioni varie. I locatari si sono accordati
a un aumento degli affìtti per raccogliere un totale di 30.000 Sterile, ma il
tasso d’interesse del 5% perfino il costo degli interessi del primo anno su 35.000
Sterhne lascerebbe un deficit di 5.000 Sterline, che va ad aggiungersi al capitale
Inizialmente prestato.
Di anno in anno il debito aumenta, invece di essere ripagato come a Guernsey,
un nuovo progetto per Covent Garden, mercato di Londra e maggior centro di
distribuzione del paese costerà 20 milioni di Sterline. Quando questo nuovo
mercato sarà operativo gli affìtti praticamente triplicheranno per far fronte agli
alti costi d’interesse sul prestito. Vale a dire che i costi aumenteranno in tutto il Paese per pareggiare gli alti affitti che i venditori devono pagare per il loro spazio sul mercato. Le entrate annue dei mercati di Guernsey aiutarono nella costruzione di strade, porti, scuole case, etc…, e per migliorare l’isola in generale. Le perdite annue del mercato di Glasgow dovute interamente agli oneri sul prestito, sono state interamente a spese del contribuente. E’ da notare inoltre che durante i periodi peggiori della depressione, negli anni venti e trenta, Glasgow pagò i più alti tassi d’interesse.
Il debito privato o pubblico, è il cancro che si alimenta sul essenza della civilizzazione, non solo in Gran Bretagna, ma in tutto il mondo. Molti dei nostri
più grandi pensatori si sono resi conto di questo fatto. Sir Mortimer Wheeler e
Sir Compton Mackenzie, in un recente programma televisivo sulla civilizzazione
Romana e Greca hanno denunciato l’alta tassazione e l’usura come la causa
principale della caduta di Roma e della Grecia. Dobbiamo stare ad aspettare che
la nostra grande civilizzazione segua i suoi predecessori nel limbo, o possiamo
imparare la lezione in tempo per prevenire il disastro? Il contrasto tra la
bancarotta e la prosperità, tra tassazione in misura accettabile e pura rapina
legalizzata, in una parola, tra Guernsey e la Gran Bretagna, ci fa notare la
lezione da imparare. Il difetto è nella creazione del denaro. Guernsey crea il
proprio denaro con un Credito, la cosiddetta nazionalizzata “Bank of England”
crea il nostro denaro come Debito. 130 anni fa Guernsey scoprì il sistema per
liberarsi dai debiti e ne raccoglie i frutti tutt’oggi. Guernsey è all’avanguardia
nel mondo per quanto riguarda il buonsenso finanziario.
Possiamo noi seguirli o dobbiamo continuare a dimenarci nella melma sempre più profonda del debito e delle tasse e fìno all’esaurimento finale? La decisione è vostra.

Una veloce soluzione ai problemi finanziari
Lo schema dei buoni rata.

Pubblicato sempre su “Guernsey experiment” il seguente testo spiega come sia
possibile introdurre una “moneta alternativa” anche nei singoli comuni, in forma di “buoni rata”, trasformando comuni indebitati in vere e proprie isole del benessere. Una possibilità aperta a tutti i sindaci di buona volontà. Questo schema è stato originariamente redatto per Glasgow ma è in realta applicabile ovunque. Per colmare la distanza tra l’azione a livello nazionale, e il presente debito pubblico locale, è stato proposto uno “schema buoni rata”.
Legalmente lo schema è inconfutabile e praticabile, e potrebbe essere messo in
atto senza alcuna difficoltà, con effetto immediato e duraturo per una comunità.
Lo schema ha molti precedenti storici nella forma della valuta emessa in tempi
duri da innumerevoli città e industrie. Non c’è pericolo d’inflazione con questo
schema in quanto l’unica differenza tra questo e la regola ortodossa e la seguente: se il denaro viene emesso come prestito, viene messo in circolazione
come debito Sotto lo S.B.R. soltanto la stessa quantità di denaro viene messa in
circolazione sotto forma di S.B.R. e non come debito. In ogni caso il criterio di
emissione è il medesimo; i beni di Glasgow, l’abilità ed il bisogno (notare non c’e’ inflazione a Guernsey).

La proposta dei buoni rata

Per diversi mesi il Sig. J. K. Grubiak è stato membro del comitato del quartiere
di Patrick East. Durante questo periodo passò la maggior parte delle riunioni
mensili chiedendo ai vari consiglieri alcune domande riguardanti i tassi
d’interesse; ciò gli procurò dei momenti molto diffìcili. Molte delle domande da
lui fatte non ebbero risposta e ci furono parecchi respiri di sollievo quando diede
le dimissioni. Ciò nonostante durante la sua breve, ma attiva presenza, imparo’
molto a riguardo di questa città ed il modo in cui veniva gestita. Glasgow ha
140 000 famiglie in lista d’attesa per le case popolari. Visto che le imposte a
Glasgow ammontano a 27/7 in 1 sterlina, il progetto di costruzione del 1959
dovette essere ridotto a 4500 case; è abbastanza ovvio notare che per diminuire
questa lista d’attesa, anche senza alcuna futura aggiunta di famiglie ci vorranno molti anni. Senza menzionare che a Glasgow la maggior parte degli edifìci popolari sono in stato di rovina e dovrebbero essere demoliti. Si ritiene che a Glasgow ci troviamo nella peggiore posizione in rapporto al resto dell’Europa occidentale. I nostri bassi fondi sono abbastanza noti. Durante gli ultimi anni le imposte a Glasgow sono salite alle stelle per far fronte alle grosse somme di denaro prese in prestito per la costruzione di case popolari. Questi prestiti vengono dati ad alto tasso di interesse. L’anno scorso Glasgow aveva
bisogno di £46.444.849. Ricevette un finanziamento dal governo di 17.537.376
Sterline. Le varie entrate furono di 6.317.691 Sterline. Rimangono 21.500.246
Sterline che devono essere raccolte tra i contribuenti. Da quella cifra abbiamo
pagato debiti del valore di 9.412.665 Sterline. In poche parole, circa il 40 delle
imposte raccolte a Glasgow va in usura. Paragoniamo questa somma con quella
destinata per l’edilizia-3.136.017 Sterline: o quella per la sanità.2.503.230
Sterline! Gli interessi ed il capitale non ripagato (ed impagabile) ammontano
ogni anno ad un onere intollerabile per la città. Tra gli anni 1957 e 1958-9 a
Glasgow, solo di interessi ci fu un aumento pari a 2.000.000 di Sterline. Oggi
Glasgow ha in totale beni per 211.230.759 Sterline ed un passivo di 167.779.655
Sterline. Ciò ci da un attivo reale di 43.451.094 Sterline. Somma sufficiente per
istruire una banca municipale, sempre che venga fatta prima di ulteriori diminuzioni della somma in attivo. Questa situazione disperata portò il Sig.
Grubiak ad escogitare un sistema per eliminare il costo degli interessi e la sua
risposta fu l’introduzione dei buoni rata, basata su alcuni principi di riforma
monetaria. C’era ed è ancora in vigore un sistema con il quale i contribuenti
possono acquistare dei buoni rata in anticipo durante il corso dell’anno.Questi
buoni hanno il valore di 1 Sterlina e sono in vendita negli uffici comunali o di
recente anche nelle banche. Questo è un mezzo di risparmio per il pubblico e un
sistema di raccolta anticipata di imposte per il consiglio municipale. L’idea del
Sig. Grubiak era di negoziare questi buoni, anzi di utilizzarli come valuta legale
e farli circolare a Glasgow come se fossero banconote del valore di 1 Sterlina. La copia qui a seguito di questo sistema che vi vogliamo fare presente parla per sé. In questo momento a Glasgow, lavori pubblici essenziali vengono limitati, non per mancanza di materia prima o di manodopera, ma per mancanza di fondi. La costruzione di case, in particolare, è stata sospesa puramente per motivi
finanziari. La zona di Patrick per esempio potrebbe essere migliorata di gran
lunga se si demolissero alcune case disagiate e se si costruissero al loro posto dei
nuovi condomini. Le tasse comunali sono così alte che ulteriori imposte sono
insopportabili. Siamo già paralizzati dai pagamenti sui debiti esistenti, in amento di anno in anno. Purtroppo i prestiti comportano un alto tasso di interesse, i quali comportano che sebbene la somma originale sia stata pagata, la somma capitale rimane un debito. Oggi, la seguente proposta potrebbe essere realizzata con l’estensione dei buoni rata a grande e duraturo benefìcio dei cittadini di Gaisgow.

• Il Sig. Grubiak propose di stampare buoni rata del valore di una sterlina e dieci sterline fino ad un massimo valore di metà delle imposte totali da raccogliere nell’anno entrante.
• Questi buoni andrebbero utilizzati in parte per il pagamento dei salari dei dipendenti del Comune, dal più basso al più alto. Da un punto di vista legale e potrebbe apparire che gii impiegati acquistano tali buoni dopo essere stipendiati normalmente.
• Il comune dovrebbe pagare in parte i propri appaltatori utilizzando i buoni.
• Imprenditori e negozianti a Glasgow dovrebbero avere l’autorizzazione ad accettare questi buoni dai propri clienti.
• Ai negozianti dovrebbe essere permesso l’uso immediato di questi buoni per il pagamento di imposte. Disposizioni dovrebbero essere date per accettare pagamenti di imposte a scadenza giornaliera.
• Parte dell’ufficio civico di raccolta delle imposte dovrebbe essere utilizzato come una banca civile per il cambio dei buoni surplus o per il loro sicuro deposito su un conto. Depositi dovrebbero essere ricevuti e conti bancari aperti, per risparmi a tasso d’interesse del 2,5. Questi depositi potrebbero essere utilizzati come prestito ai nostri appaltatori che in questo momento stanno pagando tassi d’interesse eccessivi su somme bancari scoperte.
• Dovute precauzioni dovrebbero essere prese al fìne di evitare eventuali frodi.

Vantaggi del sistema d’imposta per mezzo dei buoni rata

• Ogni anno il comune di Glasgow è obbligato a prendere in prestito denaro dal Tesoriere ad alto tasso d’interesse su prestiti a breve scadenza, prima ancora che le imposte vengano raccolte. I costi su questi e altri prestiti nel 1959/60 ammontarono a oltre nove milioni di sterline. L’uso di buoni per il pagamento parziale di salari ridurrebbe la somma di danaro richiesta in prestito e di conseguenza ridurrebbe anche il debito e le imposte.
• Prestiti e scoperture meno cari per i nostri appaltatori dovrebbero assicurare offerte più basse da parte loro e di conseguenza ridurre il costo dei lavori pubblici.
• Con il continuo uso di buoni sarà possibile, dopo qualche anno poter ripagare il nostro debito civile, e allo stesso tempo ottenere una riduzione d’imposta.
• A Glasgow esiste un grosso problema di disoccupazione. Fintante che ci sono lavoratori,macchinari e materiali (come in questo momento) bisognerebbe utilizzarli per miglioramenti civili, come la costruzione di case ecc., pagando questa manodopera con il sistema dei buoni. Questo incrementerebbe il benestare e le strutture della nostra città, oltre a fornire lavoro ai disoccupati.
• Questi buoni verrebbero utilizzati all’infinito.

E’ opinione del Sig.Grubiak che per poter pienamente implementare questo sistema bisognerebbe aprire una banca municipale. Ciò non è affatto un’idea rivoluzionaria; c’è almeno un precedente tale a Birmingham, la cui banca municipale è ben stabilita e ha molto successo.
Dovrebbe essere abbastanza semplice ottenere l’approvazione del Parlamento per la legislazione necessaria. Glasgow ha i fondi necessari per l’apertura di una banca municipale, non c’è motivo legale o di altra natura che possa impedire questo passo. I benefici derivati andrebbero a vantaggio di ogni singolo contribuente per generazioni a venire.

Note su “Intorno al corporativismo” di Broccolieri

Questo sunto (di cui pubblichiamo la prima parte) del libro “Intorno al corporativismo” di A. Broccolieri attraversa la storia delle corporazioni da
Roma fino al fascismo. Da queste pagine emerge l’esistenza in natura di quella
volontà di associazione e di sacralizzazione del lavoro che sono base della nostra Civiltà.
E’ a Roma che si assiste alla nascita delle Corporazioni. Con il nome di “collegia” già nell’età regale si riuniscono sotto la protezione di penati o numi
vari, lavoratori ed artisti che certamente per difendere i propri interessi, ma
anche per proteggere le proprie famiglie, per offrire apprendistato ai propri figli
e per lenire le sofferenze degli associati meno fortunati, si associano proteggendo il singolo letteralmente fino alla morte dove i collegia si occuperanno del suo funerale. Numa Pompilio pensò a questa nuova forma di
associazione con l’obiettivo di dare unità al suo popolo. Infatti dopo il famoso
ratto Roma tardava a vedere unità fra sabini e romani. Preoccupato, il rè diede
vita ad una moderna e saggia operazione di leadership. Divise i cittadini in
associazioni di mestiere ed in questo modo “determinò di dividere tutta la
moltitudine in molte parti, mettendola in altre differenze, per le quali quella
prima e grande venisse a dileguarsi, distratta in quelle minori. Una tal divisione
fece egli secondo le arti di sonatori, di orefici, di fabbri, etc. etc. Unendo
insieme le altre arti, costituì di tutte separatamente uno stesso corpo; e avendo
assegnate ad ogni specie quelle conferenze, quelle assemblee e quelle sacre
funzioni, che le si convenivano, allora fu ch’egli levò dalla città quel chiamarsi o quel reputarsi altri Sabini ed altri Romani, altri cittadini di Tazio, altri di Remolo”. Le Corporazioni non trovarono pieno compimento in Roma perché lo
stato non sufficientemente sensibile a principi di autonomia o sussidiarietà
sociale tese ad utilizzare queste formazioni come forme di controllo o addirittura
di esazione di tasse. Si dovette attendere sino al medioevo per conoscere
stabilità sociale e pieno fulgore, portando a compimento l’intuizione romana
sull’organicità e congiungendola con la dottrina del Corpo Mistico dove tutte le
parti sono libere ma collegate da invisibili fili. Forse perché nella realtà
comunale pulsavano realtà vivaci e potenzialmente contrapposte, i lavoratori
medievali si trovarono in differenti parti d’Europa a formare lo stesso tipo di
congreghe dandole nomi differenti (gilde, confraternite, scholae, fratellanze
etc.) ma coronandole di caratteristiche simili. Dedicate ad un santo di cui si
chiedeva la protezione, le Corporazioni sviluppavano una particolare devozione,
che lascerà segni in tutte le terre con cappelle, altari e processioni dai costumi
solenni, usanze vivissime e ancora visibili nell’Italia profonda. Immerse nel
sacro le Corporazioni fanno discendere l’elemento religioso al livello sociale e
lavorativo. Basta guardare ai giuramenti dove ogni associato giurava fedeltà sui
Vangeli iniziando un cammino di lavoro ma anche di spirito in cui il mestiere e’
strumento di sopravvivenza ma anche viatico per abbellire il mondo e per
santifìcare la propria esistenza. Dalle virtù spirituali si passa a quelle etiche e
sociali. Il seppellire i defunti, l’accudire gli ammalati ed il comprare i prodotti
invenduti ai colleghi associati, il garantire l’apprendistato ai figli “della Corporazione”, l’intervento a sostegno del collega infortunato sono alcune delle
attività interne; ma la Corporazione guarda anche alle esigenze della società ed
i suoi componenti destinano quote per sanare particolari piaghe sociali
costruendo ospedali, assistendo i carcerati, le vedove e gli orfani non tanto per
rispondere ad una esigenza di solidarietà ma perché le parti malate o afflitte
sono comunque parte dello stesso corpo e quindi da curare. “Se il capolavoro
artistico del medioevo, la cattedrale – dice Broccolieri – rivela i dogmi cristiani, il capolavoro sociale, la Corporazione, deve esprimere i principi morali applicati alla attività economica. La legge dell’amore, l’equilibrio degli interessi, la subordinazione dei valori terrestri alla persona umana, la fuga da ogni sfrenata concorrenza, da ogni frode, da ogni abuso sui vantaggi che possa offrire la congiuntura economica, devono formare la filosofia sociale degli statuti corporativi” E’ diffìcile comprendere il levello di moralità che raggiunsero l’esercizio di mestieri e professioni; per certo sappiamo che i regolamenti corporativi furono severissimi verso chi avesse tentato di compromettere la qualità per incrementare il profìtto. I giuramenti e le promesse in tal senso da parte degli associati sono stringenti ed evocano la chiara sacralità dell impegno.
La stabilità dei mercati e dei prezzi, la regolarità della domanda e l’assenza di
concorrenza selvaggia fanno si che si instauri nel Medioevo Corporativo una
grande serenità sociale evidenziate da 50 giorni di festa all’ anno oltre le
domeniche E’ il contrario dello scenario odierno, dove la preoccupazione,
la”mobilità” e l’incertezza portano all’ instabilità sociale, all’insicurezza del
lavoro e della domanda ed alla riduzione di ferie; le 35 ore di Berinotti non sono
che una parodia di quella serenità sociale dove si lavorava in proprio e si aveva
abbastanza per far vivere la propria famiglia in un mondo agli antipodi de
comunismo utopico dove tutti sono schiavi dello stato e del capitale ricevendo il
necessario per tirare avanti e continuare a produrre.
Sorge anche spontaneo il confronto fra apprendistato e “stage” moderno.
Il primo era basato sulla certezza che l’apprendista avrebbe appreso tutti i segreti
di quello che sarebbe stato il mestiere della sua vita, venendo trattato come un
figlio dal mastro nel periodo di apprendimento. L’opposto è il moderno stage
dove si è pagati nulla per lavorare come gli altri lavoratori, dove l’apprendista
ha la certezza di stare su basi provvisorie e dove l’unica a guadagnare e’ l’impresa, che defrauda al lavoratore una giusta “mercede”, “peccato che grida
vendetta al cospetto di Dio”. L’economia fu dunque regolata e diretta,
ostacolando la produzione esagerata, proscrivendo la fabbricazione difettosa,
disciplinando la concorrenza e ordinando la vendita. Come ogni edificio
costruito da mano umana, il sistema corporativo iniziò a irrigidirsi e a concedere
ingiusti privilegi, questo forse più per un lento inaridimento delle sorgenti
spirituali che per imperfezione del sistema stesso. La Massoneria con le Leggi di
Chapelier prese a pretesto questa crisi per sancire la morte delle Corporazioni,
ma come scrive nel 1934 il Broccolieri “oggi di fronte alla clamorosa bancarotta del liberismo economico, i popoli protendono le loro ansie verso la mal vietata organizzazione corporativa e il loro moto diviene oramai una marcia irresistibile, in cui l’Italia sta all’avanguardia”. Sintesi ed armonia di valori individuali e collettivi, il corporativismo è un meraviglioso e delicato
meccanismo d’autogoverno; per farlo funzionare col migliore successo non c’è
bisogno di addestramento tecnico, quanto è più di un rinnovamento morale.
Non ci vengano taluni a descrivere la corporazione come un meccanismo che
messo in moto, compie la sua funzione, per virtù del suo congegno. Tutto ciò è
assurdo. L’anima è tutto. E questa coscienza religiosa della vita può darci, ed
essa sola, la corporazione, come conquista spirituale, l’unica veramente
duratura (da “Genesi e sviluppo del corporativismo fascista”).

La “Trappola” dell’art. 107 del Trattato di Maastricht.
L’Europa come l’Argentina?

Si! La validità di questa diagnosi basa su due argomenti fondamentali:
1) l’art. 107 del Trattato di Maastricht;
2) 2) l’avvento dell’euro.
Alla prima lettura del Trattato, pur se spiacevolmente sorpresi dall’articolo 107,
non ne avevamo compreso il vero perché. Oggi, dopo il dramma dell’Argentina,
finalmente l’abbiamo capito.
L’art. 107 – che vieta qualsiasi possibilità di contatto o interferenza tra gli Stati
Mèmbri e la Banca Centrale Europea nella fase dell’emissione – è stato
ufficialmente giustificato sul principio della necessità de salvaguardare l’euro da
spinte o sollecitazioni inflazionistiche. (Questa esigenza poteva essere
soddisfatta sulla base dei normali criteri di “discrezionalità tecnica” ben note
alle scuole della statistica bancaria, tanto è vero che questa norma non ha
precedenti.)
La verità è che si è voluto alzare un muro invalicabile analogo a quello che
separa gli Stati dalle banche centrali straniere. In altri termini, con l’art. 107 il
rapporto tra Stati Europei e BCE è identico a quello esistente tra l’Argentina e
la Federai Riserve Bank americana. Su queste premesse l’emissione dell’euro è
fatta dalla BCE come se fosse un prestito ad uno stato estero.
Apparentemente, poiché le banche centrali emettono moneta solo prestandola,
potrebbe sembrare che tra l’emissione di moneta all’interno o all’estero non vi
sia nessuna differenza, mentre noi ben sappiamo – e meglio di noi lo sanno gli
estensori del citato 107 – che il prestito all’estero è drasticamente preteso in
restituzione per norma e consuetudine internazionale, in quanto effettuato a
favore di estranei; il prestito all’interno è attenuato e/o dilazionato per i contatti
e le sollecitazioni che normalmente caratterizzano i rapporti tra la banca
centrale e governo: quei medesimi contatti che l’alta loggia bancaria ha voluto
attentamente evitare in quanto particolarmente fastidiosi agli usurai di regime.
In altri termini, con l’art. 107 e l’avvento dell’euro, l’Europa sta nella stessa
subordinazione che ha l’Argentina nei confronti del dollaro. S’indebita, infatti,
per debiti peraltro non dovuti, nei confronti della BCE, per un valore pari a
tatto l’euro in circolazione, senza alcuna possibilità di poter evitare che la spada
di Damocle dei debiti (per altro non dovuti), precipiti, come in Argentina, sulla
sua testa. Il fatto stesso che nel Trattato di Maastricht sia stato tempestivamente inserito l’art. 107. in tempi non sospetti, ci fa pensare che il “Damocle prò tempore”, il governatore Duysemberg, abbia serie intenzioni di precipitare la spada, copiando quanto ha fatto il suo collega, Alan Greespan, con l’argentina.
Dunque “la spada” esiste e sta sulle nostre teste. Ci auguriamo che non caschi,
ma questa speranza non è sufficiente. Ecco perché occorre predisporre una
moneta di emergenza che consenta di colmare i vuoti monetari analoghi a quelli
argentini. La moneta è come il sangue, la sua quantità deve essere adeguata al a
entità del corpo da irrorare, e si deve predisporne la disponibilità per la
trasfusione eliminando il rischio del collasso mortale. Il Governo Argentino
comprese queste verità e progettò la moneta alternativa, 1’argentina la cui
emissione fu impedita, com’è noto, dall’intervento di autorità usurocratiche sovranazionali.
Il nostro svantaggio è dato dal fatto che – su iniziativa del Sindacato Antiusura
SAUS è già nata in Italia la moneta alternativa, il SIMEC, che consente di
affrontare i tempi di emergenza perché concepito in modo da non poter essere
controllato dal sistema delle banche centrali in quanto nasce “di proprietà del
portatore” e “senza riserva”, come l’oro, ed ha ottenuto il crisma di legittimità con Ordinanza del Tribunale di Chieti (del 21 settembre 2000 n 127) e la pubblicazione sul Catalogo euro-unificato della moneta italiana ( Alfa
Edizioni, Torino, 2001, pag. 791, dove è ufficialmente quotato: “Attuale valore
virtuale: 1000 Simec = 2000 lire”).
Occorre pertanto promuovere la conversione euro-simec mediante fondi di
convertibilità all’uopo costituiti, conferendo nel fondo non la proprieta’, ma la sola disponibilità per il cambio. In tal modo il conferente, garatista del fondo,
resta proprietario sia degli euro che dei simec di sua spettanza.

Il primo a denunciare la gigantesca truffa è stato Carlo Marx.
“Ridurre le tasse eliminando gli sprechi”???!!!

Gli sprechi vanno eliminati in quanto tali e non per “ridurre le tasse”.
Su questa essenziale premessa, accettiamo con entusiasmo il programma del
Presidente Berlusconi. Pertanto, nella fondamentale regola che prima di
considerare la pagliuzza è bene occuparsi della trave, va detto che il maggiore e
fondamentale “spreco fiscale” è il pagamento alla banca centrale del debito non
dovuto per tutto il denaro in circolazione.
Il cittadino pensa, in buona fede, che il prelievo fiscale sia destinato al pagamento delle spese necessarie a scopi di pubblica utilità. Niente di piu’ falso.
Come è noto ed inconfutabile, la gran parte dei prelievi va a finire nelle tasche
degli azionisti della Banca centrale (S.p.A., società privata con scopo di lucro)
perché la banca centrale emette moneta solo prestandola. E poiché prestare
denaro è prerogativa del proprietario, ed il proprietario deve essere chi crea il
valore della moneta – e cioè chi l’accetta e non chi la stampa – il corrispettivo
dovuto alla banca centrale va commisurato a quello normalmente dovuto ad una
tipografìa. Pertanto qui lo spreco fiscale è pari alla differenza tra costo
tipografico e valore nominale della moneta.
Poteva avere una parvenza di attendibilità finalizzare il prelievo fiscale al
pagamento dei debiti verso la banca centrale, quando l’emissione monetaria era
basata sulla riserva. Poiché prestare denaro è una prerogativa del proprietario,
la banca poteva dire: ” la moneta è mia perché la riserva è mia, quindi posso
emettere la moneta prestandola”. Con la fine degli accordi di Bretton Woods, il
15 agosto 1971 si è avuta la prova storica oltre a quella scientifica della inutilità
della riserva, altrimenti il dollaro, da quella data, avrebbe dovuto perdere
totalmente il suo valore perché privato della riserva. Dunque crea il valore della
moneta la collettività che l’accetta e non la banca che la emette.
All’atto dell’emissione, si creano convenzionalmente due diversi strumenti
giuridici: il prestito e l’oggetto del prestito: il debito e l’oggetto del debito.
Quando il prelievo fiscale è effettuato per pagare questo debito il contribuente
paga per restituire alla banca il proprio denaro che invece dovrebbe essere a lui
stesso accreditato perché è lui stesso che, accettandolo, ne crea il valore.
Su queste premesse si spiegano le ridicole definizioni date dai monetaristi
collegati al sistema quali: “la moneta è il nulla” o “il debito inesigibile” con
l’evidente scopo di occultare l’oggetto della truffa con cui i popoli sono stati
trasformati da proprietari (quando la moneta era d’oro) in debitori della propria
moneta (con la moneta nominale).
Il primo a denunciare magistralmente questa gigantesca truffa è stato Carlo
Marx:
“Fin dalla nascita le grandi banche, agghindate di denominazioni nazionali,
non sono state che società di speculatori che si affiancavano ai governi e, grazie
ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare (cioè “prestare”, n.d.r.) loro (il
loro, n.d.r.) denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico (pagato con i
privilegi fiscali, n.d.r.) non ha misura più infallibile del progressivo salire delle
azioni di queste banche, il cui sviluppo risale alla fondazione della Banca
d’Inghilterra (1694).
“La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto
per cento, contemporaneamente era autorizzato dal Parlamento a battere
moneta con lo stesso capitale tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in
forma di banconota. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito
fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa, diventasse la moneta con la quale la
banca stessa faceva prestiti allo Stato e paga va per conto dello Stato gli interessi
del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per
averne in restituzione di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva

creditrice perpetua verso la Nazione, fino all’ultimo centesimo che aveva dato
(prestando il dovuto n.d.r.)”.

Questo messaggio di Marx e stato totalmente ignorato da tutti i governi, anche
dai c.d. marxisti. Se il Governo Berlusconi fara’ cio’ che ha dichiarato di voler
fare, eliminando il debito causato dalla truffa dell’emissione monetaria, scrivera’ una nuova pagina di storia. Non eseiste infatti spreco piu’ grande del tributo pagato non solo per un debito non dovuto, ma addirittura per un proprio credito spacciato per debito. Ecco perche’ tutti possono prestare denaro tranne chi lo emette. La carita’ bancaria e’ piu’ forte di quella cristiana: la carita’ bancaria ha insegnato addirittura a pagare i debitori, le banche centrali che riscuotono come creditori il loro debito.
Se il presidente Berlusconi non terra’ conto di questo nostro messaggio dara’ la prova che la sua intenzione e’ eliminare lo spreco delle pagliuzze e non quello della trave.

(n.d.r. questo documento e’ stato scritto all’inizio della legislatura, quando Berlusconi era ancora in campagna elettorale e spiegava i suoi progetti agli italiani, ormai sfiduciati e sinistrati dall’egemonia del centro sinistra. Vista la situazione odierna, tra precarieta’, guerra e disagio sociale, il presidente del consiglio si e’ dimostrato l’ennesimo politicante che-come daltronde da ’60 anni a questa parte fanno tutti-dopo le promesse non mantiene gli impegni.)

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